Peppone Bersani a Brescello con Don Camillo, come mezzo secolo fa: «Comincerò dicendo chi siamo noi. Di noi potete fidarvi. Siamo un partito riformista di massa. Siamo radicati ovunque. Siamo contro il populismo perché siamo l’unico partito popolare. Siamo un’infrastruttura della partecipazione, della società civile, siamo un partito che sa che ci sarà sempre qualcuno, fuori di lui, ben intenzionato e animato dal migliore civismo. Siamo quelli dell’Ulivo di Romano Prodi, di Giuliano Amato, di Massimo D’Alema, quelli grazie ai quali entrammo nell’Unione. Siamo l’unico partito che assicura un legame forte con l’Europa. Noi sappiamo dove sederci, e Berlusconi? I popolari lo accetteranno ancora?». Se cambiamo i nomi è sempre lo stesso stile: “NOI siamo…” i più bravi, i più onesti, i più democratici”. Ed hanno il coraggio di affermarlo a chiare lettere che sono presenti ovunque, che hanno le mani in pasta: loro “partecipano” ovunque. Tutti gli altri sono incapaci, portano nel baratro, non valgono assolutamente nulla, sono dei furfanti, ladroni, che tolgono il pane, il lavoro al povero operaio, mentre lo sporco capitalista pensa ad ingrassarsi. Che coraggio! Dopo il disastro e il mangia-mangia dei propri amministratori, dei propri dirigenti, delle proprie municipalizzate, delle proprie controllate, dell’impero immenso delle banche, delle cooperative, con il proprio personale piazzato dall’alto con tre-quattro stipendi, Bersani viene a fare la ramanzina dicendo che loro sono i soli ad essere puliti e per questo chiedono il voto! Ci vuole proprio una faccia da bronzo!
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