“Se avessi trent’anni farei un partito”. Massimo Cacciari torna a parlare della crisi della politica italiana e lo fa con una riflessione destinata a far discutere. Intervistato dai quotidiani del gruppo Nem, il filosofo ed ex sindaco di Venezia sostiene che una parte sempre più ampia dell’elettorato non trovi oggi una rappresentanza politica capace di intercettarne realmente esigenze e interessi.
“Grandi masse, anche di ceto medio, non trovano alcuna rappresentanza”, osserva Cacciari, individuando proprio nella distanza tra politica e società uno dei problemi principali del sistema italiano.
Secondo il filosofo, nel centrosinistra esistono movimenti e aree di opinione attente a temi come la Costituzione e i diritti, ma si sarebbe progressivamente indebolito il rapporto con gli interessi materiali delle fasce economicamente più deboli.
“Così gran parte degli operai vota Meloni. O adesso anche Vannacci”, sostiene Cacciari, sottolineando uno spostamento elettorale che, a suo giudizio, rappresenta una delle conseguenze più evidenti della crisi della rappresentanza tradizionale.
Cacciari: il centrosinistra deve ripartire dagli interessi materiali
Per tornare a essere competitivo, secondo Cacciari, il centrosinistra dovrebbe abbandonare una politica fondata esclusivamente sui temi identitari e culturali e proporre una vera trasformazione economica e sociale.
L’ex sindaco di Venezia parla di una “ipotesi di riforma rivoluzionaria”, capace di partire dagli interessi che, a suo giudizio, sono stati trascurati negli ultimi trent’anni. Tra questi indica in particolare la questione salariale, ricordando che l’Italia continua ad avere livelli retributivi tra i più bassi d’Europa.
Nel mirino finisce anche il Partito Democratico del Veneto, chiamato secondo Cacciari a riflettere sulla sconfitta di Venezia e a riconoscere gli errori commessi.
“Abbiamo sbagliato tutto”, dovrebbe essere, secondo il filosofo, il punto di partenza di una nuova fase politica. La responsabilità della sconfitta, aggiunge, sarebbe dell’intero “campo largo”, senza esclusioni.
Ma non basta riconoscere gli errori. Per Cacciari serve una leadership nuova in grado di incarnare concretamente una linea politica.
“Se una linea non viene assunta seriamente e incarnata in una leadership nuova non vale niente”, afferma.
L’affondo sulla Lega
Particolarmente netto è il giudizio sulla Lega. Per Cacciari il partito avrebbe ormai perso la propria ragion d’essere politica, dopo aver abbandonato l’idea originaria del federalismo.
“Ormai per la Lega non c’è più niente da fare”, sostiene, spiegando che il Carroccio avrebbe rinunciato a quella prospettiva federalista che, secondo la sua lettura, non è mai realmente arrivata a compimento.
La Lega, inoltre, sarebbe oggi schiacciata dalla concorrenza interna al centrodestra. Da una parte Giorgia Meloni, dall’altra, ancora più a destra, Roberto Vannacci.
Il risultato, secondo Cacciari, è una progressiva perdita di centralità nazionale. “Gli unici leader che ha sono leader locali, come Zaia. Leader locali, non nazionali”, conclude.
Le parole di Cacciari riaprono così una questione più ampia: quella di una politica italiana alle prese con una crescente domanda di rappresentanza e con un elettorato sempre più mobile, nel quale appartenenze tradizionali e vecchi confini ideologici sembrano contare meno rispetto al passato.


























