Complice la bella stagione, non passa giorno che dalle coste africane non giungano in Sicilia, a Lampedusa, in Calabria e in Puglia, centinaia di immigrati; i quali, è vero, come dice il ministro Kyenge, “sono persone”, ma restano comunque clandestini, che entrano illegalmente, in maniera abusiva, nel nostro Paese.
Uomini, donne e anche bambini, giungono a migliaia da Libia, Siria, Egitto, ma anche Marocco e persino dall’Africa Centrale, su barconi che non sono altro che catapecchie del mare. Se avvistiamo un natante carico di clandestini in mezzo al mare, anche se non in acque italiane, lo andiamo a prendere e lo portiamo in uno dei nostri porti. Lo facciamo per salvare vite umane, per solidarietà: ma quanto costa agli italiani questo buonismo, non solo in termini economici, ma soprattutto per ciò che riguarda i costi sociali?
Pensate, nelle ultime 24 ore sono oltre mille gli immigrati clandestini sbarcati sulle coste italiane. Il gruppo più consistente, di 336 persone – tra cui 64 donne e un neonato -, tutti sedicenti eritrei (già, perché non viaggiano con i documenti e dunque bisogna credere a ciò che dichiarano), viaggiava su un barcone, raggiunto al largo di Porto Empedocle (Agrigento) da due motovedette della Guardia costiera e una della Guardia di finanza. Altri 233 profughi, compresi donne e bambini, erano su un secondo barcone, abbordato dalla nave "Foscari" della Marina Militare a 50 miglia da Lampedusa. Infine, sulla spiaggia di Ognina, a Siracusa, sono stati rintracciati dopo uno sbarco autonomo 67 uomini, che hanno detto di essere siriani e pakistani. Arrivano in maniera continua, senza pause. E il guaio è che una volta in Italia, pretendono pure. E se l’Italia non è in grado di dare loro ciò che chiedono – il nostro Paese, per dirla volgarmente, è con le pezze al culo -, protestano, anche con violenza, sfasciano, distruggono. Insomma, danno fastidio. Come il caso di una trentina di immigrati ospiti del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, alle porte di Crotone, che nelle ultime ore hanno protestato occupando per circa un’ora e mezzo la carreggiata della strada statale 106 che corre parallela alla struttura ricettiva e bloccando il traffico automobilistico. Gli immigrati, quasi tutti di nazionalità africana, sono stati poi convinti a spostarsi sul ciglio della strada dal nutrito plotone di appartenenti alle forze di polizia intervenute sul posto. La protesta, stando ai cartelli mostrati dagli immigrati, è scaturita dai problemi di carattere organizzativo interni al Cara che attualmente ospita oltre 1.450 persone, ovvero il numero massimo di posti disponibili. Cosa pretenderebbero, di essere mandati in hotel? Perdonate il cinismo, ma la situazione è davvero paradossale.
La politica che fa? Come al solito, come succede sempre sulle questioni più importanti, si divide. A sinistra – ma non solo, a dire la verità – si riempiono la bocca con parole come “solidarietà”, a destra – pur sapendo che si parla di vite umane – si cerca di lavorare per mettere un argine al fenomeno, per fare in modo di coinvolgere l’Europa e soprattutto per difendere con le unghie la legge Bossi-Fini che il ministro dell’Integrazione Kyenge – e non solo lei, purtroppo – vorrebbe cancellare.
Quel genio di Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà, chiede al governo di chiudere i Cie “per ragioni di igiene pubblico e di decoro istituzionale”, perché “un Paese civile non può tollerare altre tragedie”. Bene, ma vorremmo chiedere al governatore della Puglia: dove vorrebbe accogliere gli immigrati, una volta chiusi i centri di accoglienza? Sarebbe disposto ad ospitarli tutti nella sua regione?
Per fortuna che, davanti a certe derive buoniste, c’è chi fa i conti con la realtà. Maurizio Gasparri, PdL, vicepresidente del Senato, per fare fronte al fenomeno dell’immigrazione che aumenta sempre più, indica “due priorità: coinvolgere la comunità internazionale e in primo luogo l’Unione europea per la gestione dei profughi; essere più decisi nel rimandare indietro i clandestini”. E poi lancia un messaggio a Kyenge: “Bisogna rispettare il ruolo del Viminale ponendo fine alle sortite demagogiche di figure marginali che seminano confusione a piene mani. Se le leggi vanno riviste lo si deve fare per renderle più severe”, anche perché ormai “la situazione ha superato il livello di sopportazione. Sia per i troppi ingressi di persone, che per le troppe uscite di parole senza senso su immigrazione e cittadinanza”. Già, sarebbe ora di mettere fine alle chiacchiere da cortile, al libro dei sogni, per iniziare a ragionare sul da farsi.
Chi non fa certo sconti al ministro dell’Integrazione, si sa, è la Lega. Roberto Cota, governatore del Piemonte, esponente di punta del Carroccio, su Facebook punta il dito contro l’attuale esecutivo: la politica di questo Governo, dice, fa aumentare gli sbarchi degli immigrati, mentre sarebbe meglio aiutare le popolazioni nei loro Paesi. Tocca poi a Luca Zaia, governatore del Veneto: “Ho massimo rispetto del ministro Kyenge, ma trovo molto difficile condividere la sua azione amministrativa. La luna di miele è finita, ma finora abbiamo assistito solo ad un road show di dichiarazioni, senza nulla di concreto”. E conclude: “per me la Bossi-Fini resta dov’è”. Si fa sentire anche Matteo Salvini, su Twitter: “Altri 400 sbarchi di clandestini, pardon di migranti. E la sciura Kyenge si preoccupa dei cori razzisti negli stadi! Povera donna, al posto sbagliato nel momento sbagliato". Il vicesegretario federale della Lega Nord, scrive anche su Facebook: "La Kyenge: ‘la terra non ci appartiene, ma e’ di tutti’. Primo Premio assoluto al Festival della Banalità. Partecipa anche tu con la tua ‘Kyengelita’!". Roberto Maroni, segretario federale della Lega Nord, taglia corto: ”Sbarchi di clandestini senza fine a Lampedusa. Il rimedio c’è: respingimenti e accordi bilaterali per non farli partire. Governo sveglia!!!”, scrive su Twitter.
Il ministro che fa? “Non voglio assolutamente replicare o rispondere a queste provocazioni”, chiarisce. "La mia risposta – aggiunge – sta nel lavoro che sto svolgendo per portare avanti idee e progetti validi in tema di interazione più che di integrazione, che danno il senso di una nazione aperta, democratica, solidale e accogliente". Va bene, ma questo non vuole dire né porte aperte a chiunque, né regalare la cittadinanza italiana. Solidarietà vuol dire anche responsabilità, e integrazione significa rispetto per coloro che abitano il Paese ospitante. In questo caso noi, gli italiani, sempre più stranieri in Patria, sempre meno padroni della terra che viviamo. Ma fino a quando resisteremo a una invasione di queste dimensioni? A dirla tutta, siamo già stufi. Ha capito, ministro Kyenge?
































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