Era la metà degli anni ’80 quando si cominciarono a vedere in giro i primi manifesti della “Lega Lombarda”, con Roma sempre impersonata da una procace contadina del Sud che raccoglieva abusivamente le uova d’oro deposte da una povera gallina settentrionale.
Ero incuriosito da quei neo-leghisti che sostenevano cose di buon senso condite (almeno per me) da un sacco di assurdità, così volli conoscere Umberto Bossi di persona.
Una sera mi infilai in una bocciofila vicino a Novara dove avrebbe dovuto parlare lui. C’era ressa, con gente venuta da tutta la provincia. Bossi arrivò scamiciato con mezz’ora di ritardo, prese il microfono e – pronti, via! – cominciò a urlare come un matto per tutta la serata.
Fu una specie di comizio, a tratti da esaltati e fitto di slogan, ma che alla fine lanciava un messaggio di secessione che infiammava la platea: “Roma ci lasci in pace, che ce la facciamo meglio da soli”. Tema forte, ma accattivante, perché da sempre il governo centrale, su da noi, appariva (ed appare) spesso una cosa lontana, inconcludente, a volte inutile ma soprattutto costosa.
Poi venne il Bossi di governo e l’immagine più bella per me fu la foto scattata con il teleobiettivo: lui, con la sua canottiera “operaia”, ospite della magnifica e opulenta villa di Berlusconi in Sardegna. Come mai potevano piacersi due tipi così? Eppure era un’icona del Bossi ruspante, che era poi quello più vero di tutti.
Il “Senatùr” lo ritrovai personalmente anni dopo, rimanendo per alcune ore seduti di fianco in un convegno dedicato ai leghisti all’estero (io allora ero il presidente del Comitato parlamentare per gli italiani nel mondo), fin quando lui si accese un sigaro nonostante il divieto e senza che nessuno avesse il coraggio di dirgli di smetterla. Emetteva un fumo pestilenziale e, dopo un po’, glielo chiesi direttamente io. Lui mi guardò male, ma mi accontentò, nel senso che uscì rumorosamente dalla sala.
Rientrato, chiacchierammo ancora a lungo di amici comuni e mi parve un po’ spento rispetto ai primi anni, anche se ancora non era stato male.
Tempo dopo mi presentò il figlio con visibile orgoglio, ma uno che mi sembrò subito un totale stupidotto, come i fatti poi hanno dimostrato. Ma quello era già un altro Bossi, minato nel fisico e nel morale, così preferisco ricordarmi quello della prima ora che urlava alla bocciofila.
Sono passati quarant’anni da quei tempi, la Lega è ben diversa da allora eppure ha comunque inoculato molti suoi virus, per me positivi, nella politica italiana. Per esempio ha costretto a fare i conti con le realtà decentrate, ha prodotto spesso ottimi amministratori e tenuto duro nonostante tante sirene non disinteressate.
Personalmente poi i leghisti li ho sempre visti come alleati affidabili in campo amministrativo e fedeli agli impegni presi e tra di loro ho visto ben poche mele marce, il che nel centro-destra non è cosa da poco.
L’eredità di Bossi resta comunque nel sogno di un disegno strategico di decentramento politico ed amministrativo che si è sedimentato (quasi) in tutti, anche se oggi più che di secessione si parla più spesso di autonomia, un concetto che ha progressivamente convinto molte persone visto che i guai del centralismo non sono minori di prima e che anche le Regioni spesso si sono trasformate in chiusi centri di potere.
Nel frattempo la Lega ha anche preso per prima le distanze (le va dato atto) da un altro ideale mancato, ovvero quello di un’Europa unita che – ben lontano dall’essere federale – ha progressivamente usurpato funzioni e controlli a danno dei singoli stati, deludendo un generale sentimento europeista che era vincente negli scorsi decenni, ma che progressivamente si è esaurito in molti elettori tra delusioni e dubbi politici, etici e legislativi.
Da anni ormai Bossi era ai margini, poco considerato anche dai suoi se non per il richiamo alle origini, eppure merita davvero uno spazio nella storia politica che ha portato alla fine della prima repubblica. Non solo perché ha fornito le truppe per il ribaltamento che ha permesso la vittoria di Berlusconi nel ‘94, ma perché ancora oggi la Lega trasmette un messaggio che va al di là dei suoi risultati elettorali, un orgoglio di appartenenza, un sentimento di difesa e riscoperta dei valori tradizionali che restano importanti in un’ Italia che non è molto cambiata nei decenni e con ancora troppi pesi morti per considerarla un paese moderno ed efficiente.































