Marcello Veneziani, una delle migliori firme della destra italiana, pochi giorni prima di Natale ha pubblicato un lungo editoriale sostenendo come Giorgia Meloni, dopo tre anni di governo, avrebbe sostanzialmente tradito le aspettative di chi l’aveva votata sperando in un cambiamento più radicale della politica e delle istituzioni.
Veneziani riconosce a Giorgia dei meriti indubbi, ma lamentando come non ci sia stato quel “distacco” rispetto al passato promesso in campagna elettorale e tutto sarebbe rimasto più o meno come prima, in una sostanziale mediocrità.
E’ utile una riflessione, lasciando perdere le sterili polemiche quotidiane sollevate dalla rancorosa invidia della Schlein e di molti suoi alleati che criticano a prescindere.
Quello che credo abbia condizionato molto la Meloni sono i limiti che qualsiasi premier italiano si vede costretto ad affrontare vista la ormai concreta “sovranità limitata” del nostro paese rispetto all’Europa, con l’Italia ingabbiata in un deficit che ne limita lo sviluppo e sempre “osservata speciale” da parte di Bruxelles e della BCE, il vero centro di potere che controlla tutta l’Europa.
Se va dato atto alla Meloni di aver (con Giorgetti al ministero dell’economia) stabilizzato le finanze, è nel campo delle riforme interne che tardano i risultati. Andrà forse in porto la riforma (parziale) della Giustizia, ma questo le ha scatenato contro la Magistratura, così come ogni tentativo di limitare i grandi poteri finanziari ha ricevuto l’ostruzionismo di Banca d’Italia e ogni “distinguo” – per esempio sull’Ucraina – gli immediati fulmini del Quirinale.
Magistratura, grande finanza e Quirinale che se appena possono “sgambettare” la premier lo fanno a gamba tesa.
Soprattutto la Meloni si è vista circondata (ma avrebbe dovuto ben saperlo, non può lamentarsi adesso) da un apparato burocratico e di potere consolidato ed inamovibile, protetto da una miriade di leggi che sembrano fatte apposta per rallentare ogni decisione.
Guardiamo alla problematica dei migranti e a tutti i tentativi di alcuni giudici per sabotare qualsiasi cambio di passo, perfino dopo le conferme di Bruxelles alle decisioni del governo, oppure le conseguenze catastrofiche per la finanza pubblica dei “bonus” che hanno contraddistinto l’era M5S e che questo governo ha dovuto pagare.
E’ una situazione che ho provato personalmente quando mi hanno eletto sindaco a Verbania: volevo cambiare la città ma poi – tra piani pluriennali, impegni e debiti pregressi, dirigenti inamovibili, rallentamenti burocratici, polemiche e freni su tutto e una stampa spesso ostile – se si sono comunque fatte molte cose, sono state meno di quante avrei sperato.
Veneziani critica poi come l’Italia non sia cambiata dal punto di vista culturale ed ha ragione, ma dimentica le reti televisive (come Sky e soprattutto La7, ma anche Rai 3 ecc.) palesemente ostili alla Meloni, come lo è soprattutto quasi tutta la grande informazione con la collaudata macchina del “soccorso rosso” il cui scoop è vivisezionare quotidianamente ogni news alla perenne ed ossessionante ricerca di qualsivoglia presunto neofascismo.
Per questo credo che vada riconosciuta alla Meloni l’abilità di essersi creata una sua visibilità e credibilità internazionale barcamendandosi in modo intelligente tra Trump e l’Europa e progressivamente (finalmente!) distinguendo negli ultimi tempi l’Italia rispetto ai “falchi” di Bruxelles anche per quanto concerne il conflitto in Ucraina, negando un intervento diretto e frenando sugli asset russi.
Troppa prudenza e timore a schierarsi, troppo “democristiana” la Meloni, che doveva “osare” di più? Forse sì, soprattutto nei confronti dell’Europa. Credo che su energia, automobile e suicide politiche green l’Italia debba protestare e farsi sentire con ben maggiore forza, anche se potrà farlo solo grazie all’equilibrio economico che finalmente si sta raggiungendo, tra l’altro in un quadro più stabile rispetto ad altri paesi fondatori (come Francia e Germania) conciati ben peggio di noi, e questo è un grande merito della Meloni.
Messi in sicurezza i conti, acquisita una sua credibilità internazionale è però arrivato ora davvero il momento in cui la Meloni deve sciogliere gli indugi e dare un “suo” colpo di acceleratore su premierato, federalismo differenziato e fermezza sul tema sicurezza, ovvero quelli che erano i cardini del suo programma, perché quanto scrive Veneziani è la spia di un malcontento di molti elettori che vorrebbero vedere più coraggio soprattutto in Europa e nonostante le critiche scontate che arriverebbero e arriveranno alla premier dalla sinistra e dall’ “intellighenzia” radical-chic.
Forse il maggior ostacolo per la Meloni è anche l’essere visibilmente “sola al comando” e se questo è un bene per la sostanziale compattezza del governo (con alcune persone grigie, ma che almeno non fanno disastri) non sembrano però emergere persone di alto profilo che possano coadiuvarla nel partito e a Palazzo Chigi, a parte un Alfredo Mantovano che in silenzio “media” saggiamente tra Palazzo Chigi, Servizi, CEI e Quirinale in un ruolo importante ma che resta volutamente sotto traccia.
Anche perché – se da una parte c’è chi vorrebbe una Meloni più spostata a destra – cresce un’aliquota di Forza Italia, soprattutto al sud, che sta arruolando potere e personaggi “di panza”, con Salvini che deve disperatamente difendere la sua visibilità o rischia di affogare e che comunque si deve guardare anche al “centro” politico, dove si conquistano i voti per vincere le elezioni. E’ un equilibrio difficile, ma gestirlo darà nel tempo la caratura di chi vuole passare dall’ essere un politico a diventare statista. La Meloni rischierà per provarci?































