Giorgia Meloni si ritrova a dover affrontare il momento più difficile da quando è a capo del governo, obbligata a delle scelte che condizioneranno il futuro politico italiano.
Chi l’ha votata trenta mesi fa sognava un cambiamento che però almeno fino ad ora non c’è stato, anche se forse non tanto per responsabilità della premier quanto perché è radicalmente mutato il contesto politico ed economico mondiale.
Dopo una indubbia crescita personale a livello internazionale, un’Italia finalmente un po’ tranquilla dal punto di vista economico (ma condizionata dai guai energetici conseguenti alla crisi ucraina) e nonostante le quotidiane polemiche innestate sul nulla sembrava arrivato il tempo di raccogliere i frutti. Invece ci si sono messi i conflitti di Trump con il rischio di nuova inflazione e la sconfitta al referendum.
Di fatto ora bisogna scegliere per elezioni anticipate (ipotesi poco probabile) o per almeno cercare senza altri indugi di attuare le riforme per le quali il governo era nato. Tre erano i pilastri di partenza: riforma della giustizia, autonomia differenziata e repubblica presidenziale. Il primo è stato bocciato, il secondo è insabbiato dai maldipancia reciproci e dalle solite sentenze frenanti, il terzo è tuttora nebuloso.
UN PAESE LAMENTOSO MA CHE NON VUOLE CAMBIARE, MAI
Certo siamo in un paese dove non si vuole cambiare mai nulla, compressi per di più dalla cappa europea che ci condiziona economicamente e militarmente tanto che è praticamente impossibile trovare risorse senza aumentare le imposte (l’Italia l’anno scorso ha speso 45 miliardi per la difesa, ben di più della manovra finanziaria), ma autonomia differenziata e struttura presidenziale sono riforme che non “costano”, ma bisogna avere la volontà e la forza di proporle, votarle, attuarle.
Invece non è così e il voto al referendum ha sottolineato come FdI e FI non abbiano strutture territoriali efficienti, nè siano stati capaci di movimentarsi neppure nelle regioni di riferimento al sud, dove peraltro c’è sempre una forte resistenza a portare avanti qualsiasi riforma, soprattutto se minacciasse di ridurre i fondi per quel peso burocratico-amministrativo che puntella da sempre l’economia delle regioni del mezzogiorno e frena lo sviluppo della nazione.
Certamente hanno più appeal elettorali il reddito di cittadinanza o una serie infinita di “bonus” clientelari, ma la partita la si vuole giocare oppure no?
Il centro-destra ha insomma la spina dorsale di affrontare queste tematiche che alla lunga saranno fondamentali per il bene di tutti? Diciamocelo con chiarezza o prendiamo atto di un’altra occasione perduta.
Già ora non ci sono più i tempi per altre riforme costituzionali durante questa legislatura, ma almeno delineare chiaramente il progetto è necessario, riscrivendo finalmente i connotati di una repubblica che ha bisogno non di autoritarismo ma di decisionismo e responsabilità dirette, o tutto regolarmente rallenta, si appanna e alla fine si ferma.
Certo è deludente prendere atto che la maggioranza del paese non è stata capace neppure di comprendere le ragioni della necessità di una riforma della magistratura e forse neppure accetterebbe né autonomie né un premier eletto dal popolo e non dai partiti, ma credo che almeno ci si debba provare.
Anche se la situazione internazionale è catastrofica, la Meloni deve puntare anche su temi di carattere interno per almeno sottolineare la sua volontà di spingere per un autentico cambiamento, non può rimanere come unico buon risultato di questo governo un certo riequilibrio dei conti pubblici
Forse se Trump non avesse attaccato l’Iran perfino il referendum avrebbe avuto un esito diverso, così come l’infinita guerra in Ucraina sta consumando risorse inaudite e soprattutto ci condiziona dal punto di vista energetico, ma in politica i “forse” e i “se” non contano niente, come nella storia letta a posteriori.
E allora Giorgia Meloni abbia uno scatto, riprenda con vigore in mano la situazione, si scrolli dai dubbi, dimostri più coraggio anche in Europa o mese per mese sarà fatalmente logorata. Ovvio che la sinistra comunque la criticherà, ma non importa!
Certo tutto gioca oggi a favore dell’opposizione unite solo nell’abbaiare alla Meloni ma pieni di divisioni interne, senza un (una) leader e un programma comune.
Sono aspetti fondamentali, ma furbescamente sono tenuti sottotraccia ed è questa debolezza che la Meloni potrebbe sfruttare con un voto anticipato, ma se poi – anche rivinte le elezioni – gli stessi problemi rimanessero nuovamente sul tavolo è allora meglio affrontiamoli subito, almeno una parte degli italiani apprezzerà la linearità e il coraggio di scelte magari impopolari, ma indispensabili per rilanciare l’Italia.































