Ci risiamo. Nel 2010 scrivevamo: “Francamente non lo capisco questo gesto dell’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro (quello che aveva eliminato i Re Magi dal Presepe, perché "respinti alla frontiera") che siccome non riesce a trattenere la "rabbia" per quanto è accaduto ha deciso di farlo sapere con un gesto eclatante: rifiutando di officiare i funerali delle due bambine morte sotto il crollo dell’abitazione a Favara. Cioè, un Vescovo preposto alla cura delle anime, dice ai propri parrocchiani che non riesce a trattenere la “rabbia” e pertanto non celebra un Officio Sacro!”.
Un prete è messo lì apposta per curare le ferite umane da qualunque parte, esse provengano, … ed egli, l’alto prelato che fa? Dice “sono arrabbiato e scendo in sciopero manifestando il mio sdegno tra il popolo!”…
In questi giorni, nella chiesa del Santissimo Crocifisso di Siculiana (Agrigento) il parroco don Leopoldo Argento ha dovuto fermare la funzione per il funerale di Giuseppe Lo Mascolo, concedendogli soltanto una preghiera e la benedizione della salma. Lo stesso arcivescovo Montenegro ha ordinato: niente funerale in chiesa per i boss mafiosi, mandando un segnale forte: "L’unico modo per imbavagliare la mafia è fare sul serio, amare e cercare la verità e il bene, rifiutare i compromessi e il conformismo. Se la mafia c’è, è anche colpa nostra”, ha recentemente ribadito durante la festa di San Calogero.
La tesi secondo cui: negare il funerale non è punizione del defunto, ma una salutare scossa per convertire i vivi è abbastanza ambigua e sconcertante, in quanto la funzione non è fatta per alleviare e consolare la pena dei vivi presenti, ma per alleviare le pene del defunto nell’aldilà conferendogli un attestato di consolazione che lo accompagni nella presentazione all’esame finale della propria vita.
Il problema è tutto qui, perché: se Lo Mascolo negli ultimi attimi della propria vita terrena ha provato un vero pentimento di tutti gli eventuali orrendi misfatti commessi in terra – e questo lo sa il parroco che ha preso l’ultima confessione (se l’ha effettuata) -, ha tutto il diritto terreno di avere un funerale cattolico e nessuno ha il diritto di vietarglielo. La valutazione della concessione di quel Rito cattolico, pertanto, dipende esclusivamente da quell’attimo finale della sua vita.
La Chiesa, infatti nega “sacrosantamente” il funerale alle persone che fino all’ultimo hanno manifestato una mancanza di fede ed una volontà accertata a non pentirsi in aperto contrasto con il credere e operare da cristiano, arrivando a concedere, invece, la funzione anche nei casi dubbi, come il suicidio, dove, appunto, viene contemplata l’ipotesi di mancanza di autocontrollo dell’individuo. Si considera, infatti, quell’atto estremo come un momento di depressione psicologica e come una vera e propria patologia clinica estrema, non giudicabile umanamente, ma comprensibile.
In questo caso, l’interessante sarebbe sapere se l’Arcivescovo si sia informato preventivamente sull’eventuale pentimento del Boss morto, prima di prendere quella decisione drastica, ammesso che una confessione di un morente possa essere comunicata ad altra persona, anche se alto prelato. Nel caso che il Boss si fosse confessato, comunque, la decisione dell’Arcivescovo risulterebbe abnorme e presa semplicemente per una motivazione d’ordine politico sociale, non ammissibile assolutamente dai canoni ecclesiastici ed addirittura in contrasto con gli adempimenti cattolici.
Bisogna ribadire un concetto che tutti i cristiani, anche non praticanti, conoscono dai tempi del catechismo: la Chiesa ammette la redenzione completa di chiunque, anche se sia stato per tutta la vita un pessimo cristiano che ha commesso atroci crimini, ma che poi abbia mostrato un serio e veritiero pentimento: chiunque ha la possibilità di redimersi fino all’ultimo respiro. E’ la principale lezione di Cristo in terra e sulla Croce con il ladrone pentito! I preti hanno il dovere in terra, di concedere lo stato di grazia a chiunque lo richieda con pentimento. Poi sulla reale veridicità del sentimento, l’interessato se la vedrà con il Giudice Supremo. Sono fatti suoi!
Quando la fede nella misericordia e nella speranza di redenzione di un individuo morente si mescola, come ha fatto l’Arcivescovo, con i pur validi ed ammirevoli forti tentativi di richiamo e di stimolo alla conversione per una vita sociale più giusta ed onesta, ma rivolto a terze persone, viventi, sorge naturale il dubbio sulla reale portata e validità della “punizione” perpetrata al defunto.
Non si può cristianamente accettare come una salutare precauzione, messa in atto dalla Chiesa-madre, il popolare tentativo di “dare chiari segni ai suoi figli, onde farli camminare sulla retta via della morale e giustizia in terra”, ai danni di un’anima seppur (ammesso e non concesso) presunta dannata alle pene degli inferi. E’ come esporre davanti alla chiesa una tabella dove sono riportati i nomi dei defunti buoni, destinati al Paradiso e quelli dannati, con il tipo di punizione relativo, in base ai crimini operati sulla terra! Anche questo metodo potrebbe essere un incentivo interessante ad operare degnamente da Cristiano!
































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