Il Senato ha approvato in via definitiva la riforma dei compiti consolari che modifica in profondità l’iter per il riconoscimento della cittadinanza italiana ius sanguinis.
Un provvedimento che rappresenta una vera e propria “nuova stretta” destinata ad avere un impatto significativo sulle comunità di oriundi, in particolare su quelle residenti in Brasile.
La riforma entrerà a regime il 1° gennaio 2028 e introduce una svolta sostanziale: le richieste di cittadinanza presentate dai maggiorenni non saranno più di competenza dei consolati, ma verranno centralizzate presso un nuovo ufficio dirigenziale che sarà istituito a Roma, all’interno del ministero degli Affari Esteri.
La scelta della centralizzazione divide.
L’avvocata Andrea Ferreira, che assiste numerosi discendenti di italiani all’estero, critica duramente la riforma, definendola “un addio alle code per iniziare un nuovo calvario” e parlando di una “vergognosa strategia del governo, che rischia di trasformare questo ufficio in un vero e proprio cimitero di sogni”.
Di segno opposto il giudizio del sindaco di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin, secondo cui la riforma rappresenta “un segnale di attenzione su un tema delicato”, soprattutto alla luce dei “fenomeni discutibili” riscontrati in alcune sedi consolari negli anni passati.
La legge stabilisce inoltre che le domande dovranno essere inviate esclusivamente tramite servizio postale e corredate dalla documentazione cartacea originale. Una scelta che, come spiegato nella relazione illustrativa, punta a garantire l’accertamento della cittadinanza su documenti affidabili, riducendo il rischio di infiltrazioni informatiche o di falsificazioni.
Tra le novità più rilevanti figura anche l’allungamento dei tempi: il termine massimo per la conclusione dei procedimenti passerà dagli attuali 24 a 36 mesi.
Ai consolati resteranno invece compiti limitati, come l’accertamento della cittadinanza per chi è già riconosciuto come cittadino italiano e il riconoscimento per i figli minorenni.
Nonostante la riforma, continueranno a essere percorribili due strade alternative: quella giudiziaria, per chi risiede all’estero, e quella comunale, per chi vive in Italia.
L’attenzione ora si sposta all’11 marzo, data in cui la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla legittimità della precedente limitazione del diritto alla cittadinanza a sole due generazioni. Un verdetto che, secondo De Pellegrin, sarà decisivo perché “da quella decisione dipendono gli effetti su tutto il resto”.































