Il consenso intorno al nome del candidato alla presidenza della Repubblica è uno degli elementi chiave che caratterizzano il processo di elezione del Capo di Stato. Mediamente sono 9 gli scrutini necessari per trovare il giusto consenso ad eleggere una figura alla guida del Quirinale.
Se da un lato sia Francesco Cossiga nel 1985, che Carlo Azeglio Ciampi nel 1999 sono stati eletti “senza problemi” al primo turno, lo stesso non si può dire per Giuseppe Saragat e Giovanni Leone, entrambi con oltre 20 scrutini necessari (21 per il primo e 23 per il secondo). Sul podio delle elezioni più contorte anche quelle di Oscar Luigi Scalfaro nel 1992 e Sandro Pertini nel 1978, entrambe terminate dopo 16 scrutini.
Tanti scrutini sono solitamente sintomatici di tanta indecisione politica al momento del voto. Non sorprende quindi che ben 3 delle 11 elezioni siano finite esattamente al quarto scrutinio, momento da cui è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti, rispetto a quello dei due terzi durante i primi tre scrutini. In generale, solamente in due occasioni il Presidente della Repubblica è stato eletto con la maggioranza di due terzi dell’Assemblea (1985 e 1999).
Ad oggi il Capo di Stato eletto con il più ampio consenso è stato Sandro Pertini nel 1978, ottenendo 832 voti sui 995 presenti e votanti (83,62%). Subito dietro di lui Gronchi nel 1955 (78,99%) e Cossiga (76,97%).
In fondo alla classifica per consenso troviamo Luigi Einaudi (nel 1948 eletto con il 59,47% dei voti), la prima elezione di Giorgio Napolitano nel 2006 (54,85%), e infine Antonio Segni eletto con soli 443 voti a favore su 842 (52,61%).
































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