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                  L’ANALISI DI DARIO RIVOLTA | USA, Nato e Italia

                  L’accusa per l’Onorevole Meloni di essere subordinata al volere della più grande potenza mondiale non è del tutto peregrina, ma ci sarebbe da domandarsi perché, e come, un qualunque altro governo a Roma che avesse a cuore gli interessi del nostro Paese dovrebbe comportarsi diversamente

                  di Dario Rivolta
                  lunedì 10 Novembre 2025
                  in L'OPINIONE
                  Meloni - Trump

                  Meloni - Trump

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                  Sembra che finalmente sia finita la querelle mediatica sul termine “cortigiana” usato da Landini nei confronti della nostra Presidente del Consiglio e possiamo quindi ragionare più serenamente su ciò che Landini intendesse realmente dire.

                  Dal contesto mi sembra evidente che la sua critica riguardasse un presunto atteggiamento di nostro “vassallaggio” verso le decisioni prese da Trump in politica internazionale.

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                  Soffermandoci, quindi, su questo concetto possiamo affermare senza tema di smentite che Landini ha avuto, contemporaneamente, ragione e torto.

                  Ha avuto ragione perché è sotto gli occhi di tutti che Roma ha appoggiato e anche plaudito ogni scelta politica di Trump senza mai schierarsi apertamente contro e limitandosi ad invitare alla prudenza sulla minaccia (poi realizzatasi parzialmente) di dazi economici punitivi.

                  Nello stesso tempo, il sindacalista ha anche torto lasciando intendere che il comportamento di Meloni fosse un qualcosa di nuovo, nonché disdicevole.

                  La nostra Presidente del Consiglio non ha cambiato la nostra politica rispetto al passato, poiché è da quando abbiamo perso la seconda guerra mondiale che ogni nuovo governo, e di qualunque maggioranza, ha costantemente accettato, accodandosi, le scelte fatte dagli americani in politica estera.

                  Va aggiunto che anche tutti gli altri governi europei nelle scelte importanti hanno fatto esattamente la stessa cosa, salvo la Francia per il breve periodo di De Gaulle.

                  La realtà è che, nonostante ci piaccia continuare a pensare di essere volontariamente alleati nella Nato e cioè degli Stati Uniti, non abbiamo mai avuto nemmeno la minima possibilità di fare scelte contrastanti a quelle decise dalla più grande potenza mondiale. Per dirla tutta, ogni politico di oggi e dei passati ottant’anni lo sapeva, ma ha capito che la cosa poteva anche farci comodo.

                  Se anche volessimo limitarci a considerare soltanto l’aspetto puramente militare è evidente che i vari eserciti europei (anche qui con una leggerissima differenza di Francia e Gran Bretagna) non sono mai stati in grado di garantire da soli la difesa del proprio territorio e l’appartenere alla Nato, grazie al famoso articolo 5, ci ha permesso una tutela che non avremmo potuto permetterci altrimenti.

                  È stato proprio grazie a questa condizione subordinata di tipo militare che ci siamo potuti permettere di dirottare gran parte delle nostre risorse dalle spese per la difesa verso la creazione di quello “stato sociale” che garantiva la nostra quotidianità e il nostro relativo benessere.

                  Se, comunque, volessimo accantonare l’aspetto militare la nostra sudditanza politica verso gli Stati Uniti è stata ripagata, almeno fino all’arrivo di Trump, da un vantaggio economico fornitoci dalle nostre esportazioni che il sistema americano ha consentito.

                  È pur vero che il maggior mercato di sbocco delle nostre merci è l’Europa ma il più grande cliente singolo dei nostri esportatori sono gli Stati Uniti.

                  Basta ricordare che la nostra bilancia commerciale con quel Paese è arrivata nel 2024 a circa 95 miliardi di Euro con addirittura un surplus a nostro favore di più di 37 miliardi. Per la Germania è andata ancora meglio poiché su un interscambio di poco più di 271 miliardi il suo surplus è di ben 70 miliardi. Per dare un’idea, il nostro interscambio con la UE è di circa 476 miliardi di euro ma il nostro saldo è negativo per 7 miliardi.

                  La Francia ha invece un attivo di soli 2 miliardi con gli USA e ciò spiega il loro atteggiamento più pretenzioso. Giusto per avere un quadro più completo, il nostro saldo con la Germania è negativo per circa 17 miliardi, con la Francia di -5 miliardi e con la Cina di meno 30miliardi. Quale governo potrebbe non tenerne conto? Per concludere, gli USA comandano e noi, in cambio, ci arricchiamo. L’interesse, fino ad ora è quindi stato reciproco.

                  Ciò che è cambiato con Trump è stato solo il modo in cui il loro predominio si manifesta. Il suo modo presuntuoso e ricattatorio di comportarsi ha spinto molti leader europei a porsi in modo adulatorio verso di lui, nella speranza di poter continuare a mantenere qualche beneficio economico a favore. En passant, non va dimenticato che, pur rimanendo noi formalmente proprietari, il 47 % dell’oro della Banca d’Italia usato come riserva è custodito (guarda caso dalla fine della guerra che abbiamo perso) a New York.

                  Avendo visto ciò che è successo ai beni russi custoditi all’estero quando i rapporti di quel Paese con l’Occidente si sono deteriorati, non si può fare finta che il fatto non conti. Nel passato tutti i Presidenti americani avevano fatto sì che l’apparenza di una nostra indipendenza fosse il più possibile credibile e che ogni decisione venisse presa fingendo di essere alleati quasi alla pari.

                  Un certo spazio di manovra autonoma era comunque consentito, purché non si esagerasse e le linee strategiche decise oltreoceano fossero rispettate. Nonostante la Guerra Fredda, perfino il Partito Comunista Italiano aveva accettato questa logica, magari fingendo, ma solo in apparenza, di opporvisi. Con l’euro-comunismo, poi, anche il PCI ha sposato la NATO come garanzia per la nostra difesa.

                  Le poche volte in cui scelte importanti italiane si sono trovate ad essere divergenti da quelle dei potentati economici e politici anglosassoni successe sempre qualcosa che riportava gli equilibri nell’alveo di quanto era considerato opportuno da parte di Washington (e per certi affari anche di Londra).

                  Gli Stati Uniti consentirono, e addirittura favorirono, la nascita di una qualche forma di unità europea perché la cosa risultava più utile come contrapposizione verso l’Unione Sovietica. Tuttavia, ogni volta che qualche visionario sembrò immaginare l’ipotesi che quella unione potesse assumere un vero carattere politico unitario, ci si fece capire che non era il caso e che era meglio soprassedere. Cosa che regolarmente successe.

                  Il primo atto politico ed economico veramente autonomo e contrapposto agli interessi anglosassoni furono le operazioni intraprese da Mattei nel settore petrolifero e, purtroppo, si è visto cosa gli capitò.

                  Negli anni successivi ci fu permesso fare po’ di fronda in merito al rapporto con il mondo arabo e, in particolare, perfino con i palestinesi. Il “lodo Moro”, costruito dal politico italiano con l’aiuto in Libano del colonnello Giovannone ci garantì una quasi totale impunità dagli attentati di terroristi palestinesi, con grande dispiacere di Israele e delle lobby ebraiche negli Stati Uniti.

                  Fu tuttavia sopportato, ma quando Moro forse esagerò pensando di guardare lontano e di disinnescare il pericolo comunista attraverso il “compromesso storico” senza avere le dovute autorizzazioni, sappiamo cosa successe.

                  In tanti, sia a Mosca che a Washington, non piansero per il fallimento di quell’operazione (per motivi ben diversi anche il sottoscritto, laico convinto, era contrario a quel progetto). In tempi più recenti un altro pericoloso “amico” dei palestinesi fu Craxi il quale, oltre al coraggioso (e imprudente) atto di Sigonella, raccoglieva da anni fondi per l’OLP di Arafat e per i socialisti cileni.

                  Anche lui, tuttavia, terminò in malo modo la sua attività politica.

                  Parlare del caso Andreotti sarebbe ora troppo lungo e ci è sufficiente accennare a Berlusconi. Questo eccellente imprenditore diventato Presidente del Consiglio aveva intelligentemente capito che in Europa tra francesi e tedeschi si lasciava poco spazio all’Italia e seppe quindi scavalcarli creando ottimi rapporti, contemporaneamente, con russi, americani e perfino inglesi. Avrebbe voluto avere dalla sua anche gli spagnoli ma Aznar era troppo pavido per partecipare all’operazione.

                  In quel periodo, il presidente degli Stati Uniti era Bush Junior e le cose funzionarono positivamente per noi fino a che altri centri di potere non riuscirono a condizionare diversamente il Presidente americano che gli succedette.

                  I nuovi potenti statunitensi non gradivano affatto il legame economico tra il nostro Paese e la Russia e, soprattutto, giudicavano molto negativamente l’idea, sponsorizzata da Berlusconi e dall’Eni, dell’apertura del South Stream.

                  Quel gasdotto avrebbe consentito all’Italia di diventare un nuovo hub europeo per il gas russo ma avrebbe legato ancora di più gli interessi russi all’Europa. Non a caso, pur a lavori già iniziati, il progetto fu cancellato e non certo per volontà italiana. Lo stesso Berlusconi, soprattutto dopo aver dimostrato la capacità di stringere rapporti economicamente molto produttivi per il nostro sistema economico con la Libia di Gheddafi, fu giudicato non più affidabile. Come finì la sua avventura politica lo sappiamo.

                  È impossibile poter affermare con sicurezza chi e come sia in grado di condizionare le scelte di un governo europeo e in particolare del nostro. Sicuramente i centri e i soggetti coinvolti sono più di uno e di varia provenienza ma, forse, un qualche aiuto per capire di più le vere cause di alcuni fatti, lo si potrebbe ricavare dalla lettura del libro di un giornalista tedesco morto per infarto a soli 57 anni e subito cremato senza autopsia: Udo Ulfkotte.

                  Il libro, scritto in tedesco fu pubblicato nel 2014 da un piccolo editore locale che riuscì a farlo tradurre e pubblicare anche in inglese. Purtroppo, appena apparsa, la versione inglese fu ritirata dalla circolazione in tutto il mondo anglosassone ed è ora irreperibile anche nel catalogo dell’editore britannico che lo aveva pubblicato.

                  Il titolo è: “GIORNALISTI COMPRATI” e il sottotitolo recita: “Come i politici, i servizi segreti e l’alta finanza dirigono i mass media tedeschi” (la versione italiana, dell’editore Zambon, è disponibile solo via internet, spero a lungo).

                  L’autore non era un giornalista qualunque: fu inviato all’estero per più di 15 anni per l’importante Frankfurter Allgemeine e aveva persino ricevuto la cittadinanza onoraria dell’Oklahoma, dimostrando così di non essere per principio un antiamericano. Purtroppo, la sua morte avvenne proprio poco dopo aver annunciato di voler scrivere un secondo volume con nuovi nomi e altri dettagli. Anche se il testo è focalizzato su quanto succede in Germania, ci stupiremmo se la situazione italiana dovesse dimostrarsi molto diversa.

                  In conclusione, l’accusa per l’Onorevole Meloni di essere subordinata al volere della più grande potenza mondiale non è del tutto peregrina, ma ci sarebbe da domandarsi perché, e come, un qualunque altro governo a Roma che avesse a cuore gli interessi del nostro Paese dovrebbe comportarsi diversamente.

                  Senza contare che, considerato che Francia e Germania continuano a non essere i nostri migliori sponsor, ci si potrebbe domandare quanto potrebbe durare un governo italiano qualora decidesse di schierarsi apertamente contro le volontà americane.

                  Tags: breakingMeloniUsa
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                  Comites Grecia in crisi: il presidente Costantino Salis lancia l’allarme sui finanziamenti

                  lunedì 16 Marzo 2026

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                  di Ricky Filosa
                  martedì 10 Marzo 2026

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