Cittadinanza e politica nostrana: braccio di ferro in un contesto storico inappropriato

Pensiamo piuttosto a chi la cittadinanza italiana l’ha persa per necessitá e ció nonostante ancora la porta nel cuore

Flavio Bellinato

Torna di moda, nel contesto politico nazionale, il tema della concessione della cittadinanza in favore dei cittadini stranieri residenti in Italia. Leggendo ed ascoltando i protagonisti della vita politica di tutti i giorni, l’unica cosa chiara é che la confusione regna sovrana. Paradossale inoltre che ci si continui a dimenticare di quei connazionali che, nel corso dei decenni, si sono visti obbligati a lasciare lo Stivale ed acquisire una cittadinanza straniera perdendo quella italiana. Tutto ció, nonostante abbiano contribuito ad esportare la nostra cultura e il Made in Italy nel mondo ed abbiano spesso sostenuto economicamente i propri familiari rimasti in patria, senza peraltro aver gravato sulla spesa pubblica in quanto non piú detentori di diritti tali come la sanitá e l’istruzione in favore dei propri discendenti.

Chi propone di tornare a parlare di modifica della legge sulla cittadinanza in favore dei cittadini stranieri, desidera implementare il concetto di Ius Culturae. Parte dell’opposizione insiste nel definire lo Ius Culturae come uno Ius Soli mascherato. É peró evidente che si tratta di due concetti ben diversi.

Il primo (Ius Culturae) permetterebbe ai cittadini stranieri nati in Italia o entrati in Italia prima del dodicesimo anno di etá, di acquisire la cittadinanza italiana dopo aver concluso un ciclo di studi.

Il secondo (Ius Soli) permetterebbe a tutti i cittadini stranieri che nascono in Italia di poter acquisire automaticamente la cittadinanza (o con alcune condizioni vincolanti tali come la regolare residenza italiana di almeno uno dei genitori stranieri).

Detto ció, le domande piú pertinenti da fare per analizzare la convenienza o meno di concentrare il dibattito politico su questa tematica in questo particolare periodo storico, sono le seguenti: da un punto di vista pratico, quali vantaggi hanno in piú i cittadini italiani minorenni, rispetto ai pari etá cittadini stranieri regolarmente residenti sul territorio nazionale?

Tralasciando i vantaggi che si possono avere una volta raggiunta la maggiore etá, l’unico che viene subito alla mente é la possibilitá di ottenere un documento di viaggio come il passaporto italiano, il quale permette di poter viaggiare laddove con tutta probabilitá la maggior parte dei cittadini extracomunitari avrebbe bisogno di un visto di ingresso rilasciato dalle autoritá del paese che si desidera visitare.

Attualmente coloro che nascono in Italia, figli di cittadini stranieri, possono richiedere la cittadinanza italiana se hanno risieduto ininterrottamente sul territorio italiano fino al diciottesimo anno di etá. Durante quel periodo di tempo vengono loro garantiti gli stessi diritti civili dei pari etá cittadini italiani.

Una volta raggiunta la maggiore etá, l’ottenimento della cittadinanza italiana apre le porte alla possibilitá di usufruire di gran parte dei servizi che normalmente verrebbero persi nell’eventualitá di un trasferimento all’estero ed un successivo ritorno futuro in Italia, la possibilitá di trasmettere la cittadinanza italiana ai propri discendenti (Ius Sanguinis) indipendentemente dal fatto che il cittadino italiano risieda ancora in Italia o meno, ed infine la possibilitá di usufruire dei diritti politici (diritto di voto in primis).

Quali vantaggi puó avere lo Stato italiano, nel rendere piú flessibile la concessione della cittadinanza agli stranieri residenti sul territorio nazionale e i loro discendenti?

Da un lato puramente pratico, non vedo pseudo vantaggi generalmente palesati dalla sinistra italiana quando tenta di giustificare la necessitá di un aumento di cittadini stranieri sul territorio nazionale. Anche senza essere cittadini italiani, i cittadini stranieri regolarmente residenti sul territorio nazionale possono lavorare e pagare le tasse, contribuendo quindi alla crescita economica del nostro paese. L’aumento del tasso di natalitá puó (e dovrebbe) essere incentivato attraverso apposite politiche.

La sinistra italiana tende inoltre a giustificare la propria flessibilitá quando si tratta questa tematica, attraverso il concetto di “integrazione”, come se la concessione della cittadinanza fosse la giusta ricetta che permetterebbe ai cittadini stranieri di sentirsi piú italiani o di renderli piú italiani agli occhi di chi italiano lo é dalla nascita. La Francia, ad esempio, insegna che cosí purtroppo non é.

L’integrazione si ottiene attraverso il rispetto di usi e costumi del paese ospitante, da parte di chi decide di risiedere in un determinato territorio. L’integrazione si ottiene altresí attraverso l’educazione ed il rispetto verso chi é considerato “diverso”, da parte dei cittadini appartenenti al paese ospitante. Livelli di integrazione accettabili si ottengono se vi é la percezione generale di essere tutti uguali dinanzi alle regole prefissate dall’ordinamento giuridico del paese ospitante e dal quel mercato del lavoro che non puó e non deve usufruire di servizi a basso costo da parte di chi, per necessitá, potrebbe essere disposto a rinunciare ad essere tutelato.

É questo il periodo storico piú appropriato per portare sul tavolo il dibattito riguardo ad una maggiore flessibilitá nella concessione della cittadinanza in favore dei cittadini stranieri residenti in Italia e dei loro discendenti?

Secondo il mio modesto modo di vedere le cose, assolutamente no. L’impatto delle primavere arabe sui flussi migratori verso l’Italia e l’Europa é sotto gli occhi di tutti. Inoltre, dal 2008 l’Italia vive una evidente crisi economica. Quindi, perché intestardirsi proprio ora in proposte che possono incentivare l’aumento di flussi migratori di cittadini stranieri, peraltro spesso senza qualifiche professionali e senza nessun tipo di selezione, a discapito proprio dei processi di integrazione? L’unico vero motivo di tanta insistenza da parte della sinistra in un contesto storico come quello attuale, sembra piú pragmático a livello elettorale che ideologico e paradossalmente rischia di trasformarsi in un gol a porta vuota per l’opposizione ed il sovranismo in generale. Nuovi cittadini italiani significa piú voti nel breve, medio e lungo periodo. Piú voti in questo caso significherebbe piú consensi verso quella sinistra che sostiene questo tipo di iniziative. Allo stesso tempo peró, é prevedibile l’incentivarsi di un piú ampio astio dell’elettorato verso l’una o l’altra posizione.

É chiaro che chi si sente italiano ma non puó temporalmente esserlo per via delle tempistiche imposte dalle normative vigente (che non sono di certo eterne), deve essere messo in condizione di non far venire meno questo sentimento di italianitá e voglia di essere ulteriormente considerato uguale a tutti coloro che condividono il nostro territorio e la nostra cultura. Non deve altresí passare l’idea che l’acquisizione della cittadinanza é un regalo, bensí una conquista. Ottenere un qualcosa di cosí importante dopo aver fatto un percorso, rende ancora piú prezioso l’arrivo al traguardo. Pensiamo piuttosto a chi la cittadinanza italiana l’ha persa per necessitá e ció nonostante ancora la porta nel cuore, ridando a queste persone l’opportunitá di poter far valere il proprio sentimento ed il proprio diritto di sangue.