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                  Italiani all’estero, Mattmark non fu solo una tragedia – di Giovanni Longu

                  di ItaliaChiamaItalia
                  mercoledì 09 Settembre 2015
                  in Italiani all'estero, Scelti
                  Mattmark

                  Mattmark

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                  Il 30 agosto scorso, in occasione del cinquantenario, è stata ricordata nel corso di una cerimonia solenne la sciagura di Mattmark del 1965, che costò la vita a 88 lavoratori, di cui 56 italiani, addetti alla costruzione di una diga nell’Alto Vallese, in Svizzera. E’ stata la più grave disgrazia avvenuta sul lavoro nella Svizzera moderna. In questi ultimi mesi si è scritto molto sulla disgrazia, sia in Svizzera che in Italia.

                  Non solo aspetti negativi Leggendo molti articoli e vedendo diversi filmati, ho avuto l’impressione che il principale messaggio fornito dai media all’opinione pubblica sia stato quello negativo della tragedia, delle responsabilità non punite e delle cattive condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori emigrati. Molta stampa parla ripetutamente (suscitando il sospetto della fonte unica o quasi) di «orari di lavoro fuori controllo, fino a 16 ore al giorno spesso anche di domenica, con temperature che raggiungevano i 35 gradi sotto lo zero (…), vivendo in condizioni igieniche dentro baracche sovraffollate, a volte senza riscaldamento e senza bagni, con le condutture dell’acqua congelate», di «condizioni difficili in cui la comunità italiana era costretta a vivere, senza luce, senza acqua potabile, senza il minimo rispetto delle più elementari misure d’igiene», «chi lavorava a Mattmark era costretto a dormire in baracche, senza wc e senza acqua calda» e altre affermazioni simili.

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                  In quasi tutti gli articoli consultati si è invece omesso di ricordare che i dormitori principali, in cui era alloggiata la maggior parte dei 700 e più lavoratori, erano situati a chilometri di distanza dal luogo del disastro e non erano casupole squallide ma prefabbricati a regola d’arte con tutti i confort del caso (acqua calda e fredda, elettricità, riscaldamento, servizi igienici, ecc. ).

                  Quanto alle condizioni di lavoro, indubbiamente dure, non compare quasi mai negli articoli letti l’indicazione precisa degli orari di lavoro e di riposo, eppure si sa che i turni erano nel 1965 due, inframmezzati da pause, e che molti italiani facevano gli straordinari «per guadagnare di più e mandare i soldi al paese per costruirsi una casa».

                  Circa l’affermazione riguardante il «diverso trattamento economico riservato ai nostri connazionali», non andrebbe dimenticato che in Svizzera, soprattutto in quell’epoca, il salario era commisurato non solo al lavoro svolto ma anche alla qualifica professionale, al livello di responsabilità, all’anzianità, ecc. A parità di condizioni, specialmente dopo l’Accordo italo-svizzero del 1964, i casi di discriminazione salariale erano abbastanza rari.

                  Pur riconoscendo la tragicità di quell’evento, soprattutto per le famiglie delle vittime e per i sopravvissuti, ritengo la visione proposta da molta stampa italiana parziale e riduttiva perché trascura alcuni elementi di verità che meriterebbero di essere messi in evidenza, se non altro per affermare che Mattmark non è stata solo una tragedia. Basti pensare ai notevoli progressi nella normativa e nella pratica della sicurezza del lavoro. Anche i rapporti italo-svizzeri sono andati via via migliorando. Ma a beneficiarne è stato soprattutto il clima generale dei rapporti tra popolazione locale e stranieri.

                  La «verità giudiziaria» Purtroppo a questi elementi positivi generati dalla tragedia di Mattmark la stampa e i filmati visti hanno dedicato pochissima attenzione, molta invece agli aspetti negativi, insinuando dubbi che non potranno mai essere dissipati circa le cause del cedimento del ghiacciaio, le responsabilità dei dirigenti del cantiere e l’obiettività dei giudici che hanno mandato assolti tutti gli imputati. Capisco che è talvolta difficile accettare una sentenza inaspettata, ma di qui a ritenerla ingiusta è un salto azzardato.

                  In base alle testimonianze rese da sopravvissuti ed esperti durante il processo, i giudici hanno ritenuto «in scienza e coscienza» di non avere prove sufficienti per condannare gli imputati e quindi di doverli assolvere dall’accusa di «omicidio colposo». Questa è la «verità giudiziaria» emersa nei processi e tale rimane. So benissimo che la verità giudiziaria non è «la verità», ma al di fuori del processo non esiste altro strumento, nemmeno un accurato lavoro di ricerca o un «parere» di uno scienziato, per stabilire la «colpevolezza» di un comportamento e quindi la sua condanna. Pretenderla a tutti i costi mi sembra un pregiudizio a danno della stessa verità che si vorrebbe ricercare.

                  E’ legittimo continuare a nutrire dubbi, ma bisognerebbe avere il coraggio di chiamarli tali, senza dar loro il valore di «prove». Si è parlato, ad esempio, dell’incoscienza dei dirigenti del cantiere nel piazzare le baracche sotto il ghiacciaio, ma è facile dirlo dopo che l’evento tragico le ha distrutte. Al momento della scelta era stato ritenuto, anche dagli esperti locali, il punto più idoneo e più sicuro. La verità è che nessuno, anche tra i glaciologi più convinti del rischio di valanghe e persino di uno smottamento del ghiacciaio, era in grado di stabilire la sua effettiva pericolosità in quel punto, l’entità della massa di ghiaccio a rischio di precipitare e soprattutto quando l’evento si sarebbe potuto o dovuto produrre.

                  Fu un errore fatale, non una colpa (almeno fino a prova certa del contrario). E’ semplicistico affermare che si sia trattato di una «catastrofe annunciata». Ritengo invece che sia umano anche accettare la fatalità e persino l’errore, almeno quello senza colpa. Del resto, a che serve, oggi, volere trovare a tutti i costi i colpevoli, anche quando la giustizia ha scagionato tutti gli imputati? Inoltre, se si volesse davvero riscrivere la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera l’obiettività e la diversificazione delle fonti mi sembrano indispensabili.

                  Mattmark all’origine di una grande svolta Ciò che mi ha colpito maggiormente nella lettura soprattutto di alcuni articoli in lingua italiana (quelli in lingua tedesca e francese li ho trovati molto più obiettivi e precisi) è la scarsa attenzione ai risvolti positivi della tragedia di Mattmark. Oltre ai miglioramenti prodotti nel settore della sicurezza sul lavoro, penso in particolare all’insinuazione del dubbio nella coscienza di molti svizzeri su quanto di negativo la destra nazionalista andava dicendo da qualche anno soprattutto nei confronti degli italiani. La straordinaria copertura mediatica della tragedia aveva portato nelle case degli svizzeri non solo la notizia terrificante delle 88 vittime, ma anche l’informazione che quei lavoratori, in maggioranza italiani, non si trovavano in Svizzera per sfruttarne l’economia e il sistema sociale (come dicevano gli antistranieri), ma per costruire condizioni di benessere per il Vallese e per la Svizzera intera. Molti cittadini svizzeri ne hanno sicuramente tenuto conto al momento della votazione sulla prima iniziativa antistranieri di Schwarzenbach nel 1970, respingendola.

                  Non c’è dubbio che dopo la tragedia di Mattmark anche l’attenzione delle autorità nei confronti degli immigrati è mutata. A livello federale il governo cominciò a dotarsi di un’importante commissione consultiva sul problema degli stranieri. Vennero migliorate le condizioni per i ricongiungimenti familiari soprattutto dei lavoratori italiani (anche per evitare il fenomeno dei bambini clandestini). Anche i sindacati guardarono con più attenzione alle problematiche dei lavoratori stranieri e già nel 1966 avviarono una stretta collaborazione nel settore della formazione professionale con la neonata associazione CISAP per la gestione del Centro di formazione professionale di Berna. In breve, stava cambiando la politica federale d’immigrazione, che sarebbe stata incentrata sull’integrazione, e anche la numerosa collettività italiana si stava avviando a una svolta decisiva: integrarsi o rientrare in patria.

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