Nel cuore della Pampa argentina esiste una città che, a migliaia di chilometri di distanza, continua a parlare piemontese, a cucinare bagna càuda e a custodire con orgoglio le proprie radici. È San Francisco de Córdoba, centro di circa 60 mila abitanti spesso definito una vera e propria “piccola Torino d’Argentina”, simbolo di un’emigrazione che non ha mai reciso il legame con la terra d’origine.
Questa realtà è stata raccontata nei giorni scorsi al Consiglio regionale del Piemonte, che ha ricevuto la visita di José Luis Vaira, presidente dell’Associazione Familia Piemontesa di San Francisco. Un incontro che ha offerto uno spaccato autentico della vita dei piemontesi in Argentina e del loro profondo attaccamento alla cultura e alle tradizioni regionali.
«Mi ha assicurato che a San Francisco si mangia un’ottima bagna càuda», ha dichiarato con un sorriso il presidente del Consiglio regionale piemontese Davide Nicco, sottolineando il valore simbolico e culturale di una comunità che continua a sentirsi parte integrante del Piemonte.
La presenza piemontese a San Francisco affonda le proprie radici nell’emigrazione di inizio Novecento ed è oggi maggioritaria. Lo stesso Vaira ne è testimonianza diretta: è nipote di un emigrante partito dalle Langhe, come migliaia di altri piemontesi che cercarono nuove opportunità oltreoceano senza dimenticare la propria identità.
Negli ultimi anni la città è stata protagonista di un’iniziativa di grande rilievo culturale. La municipalità di San Francisco ha infatti firmato una dichiarazione ufficiale che riconosce la lingua piemontese come patrimonio culturale intangibile della città. Un atto fortemente simbolico che sancisce il valore di una tradizione ancora viva e condivisa dalla comunità locale.
Non è casuale nemmeno il luogo scelto per la firma: la Casa del Piemonte José Losano, elegante edificio in stile liberty situato su Avenida Libertador Sur, donato alla Regione Piemonte da un emigrante benestante e oggi autentico punto di riferimento della piemontesità in Argentina.
A San Francisco, le tradizioni non sono un ricordo del passato, ma una pratica quotidiana. Il piemontese viene parlato con naturalezza, conservato nella sua forma originaria e tramandato alle nuove generazioni senza particolari inflessioni.
È stata persino riprodotta una struttura metallica della Mole Antonelliana in scala 1:16, mentre nei negozi si trovano grissini artigianali e nei ristoranti si celebra la cucina tipica. Associazioni culturali insegnano danze e canti tradizionali, coinvolgendo giovani e famiglie.
«Grazie a questo forte radicamento – ha concluso Vaira – il Piemonte, per intensità e identità, continua a vivere dall’altra parte dell’Oceano».
Una testimonianza che racconta non solo una storia di emigrazione, ma anche la capacità di una comunità di trasformare la memoria in futuro, mantenendo vivo un patrimonio culturale che unisce due continenti.































