Sempre più ricercatori italiani vanno all’estero, per l’Italia una perdita di 5 miliardi di euro

“Si stima che nel decennio 2010-2020 l'Italia perderà circa 30 mila ricercatori. La formazione di queste persone pesa sul bilancio pubblico per circa 160 milioni di euro ogni ricercatore”

Costano i cervelli in fuga, all’Italia. Moltissimo. Una perdita di capitale umano che vale 5 miliardi di euro. Viene chiamata “Brain drain”.

“The Italian brain drain: cream and milk” è il titolo del lavoro ripreso anche da Times Higher Education, pubblicazione di riferimento in ambito accademico. Si tratta di quella perdita di capitale umano a cui deve far fronte un paese quando viene abbandonato da giovani ricercatori che decidono di lasciare tutto e tentare l’avventura all’estero. E’ il caso dell’Italia, in particolare negli ultimi anni: sempre più giovani italiani decidono di lasciare lo Stivale per provare a trovare oltre confine un migliore futuro.

Un team dell’Università di Bergamo guidato da Stefano Paleari, ex rettore, docente di Analisi dei sistemi finanziari, e composto anche da Mattia Cattaneo e Paolo Malighetti, ha provato a quantificare questa perdita attraverso una precisa analisi sul destino di 1500 ricercatori italiani in Economia, Finanza, Management, dottorati tra il 2008 e il 2010. Dati contenuti, appunto, nel lavoro da titolo “The Italian brain drain: cream and milk”.

Se parla oggi L’Eco di Bergamo: “Si stima che nel decennio 2010-2020 l’Italia perderà circa 30 mila ricercatori. E la formazione di queste persone pesa sul bilancio pubblico per circa 5 miliardi di euro (dati Istat), contribuendo allo sviluppo economico dei paesi ospitanti: 160 milioni di euro ogni ricercatore”.

“Negli ultimi anni – ricorda il quotidiano bergamasco – sono state lanciate molte proposte di natura fiscale per incentivare il ritorno dei ricercatori in Italia, ma non sembrano essere risolutive. L’ultima in ordine di tempo è un emendamento a un maxi decreto presentato dalla Lega per consentire ai giovani che decidono di tornare in Italia di pagare le tasse solo sul 30 per cento del reddito prodotto”.