Tutti i sondaggi lo confermano: il Sì rischia e, per vincere, deve mobilitarsi molto di più. La sinistra e molti media a essa collegati stanno monopolizzando il messaggio comunicativo, mentre gli eventi internazionali – a partire dalla crisi iraniana – hanno inevitabilmente distolto l’attenzione dell’opinione pubblica dal voto del 22 e 23 marzo.
In questo contesto è stato molto efficace il video di Giorgia Meloni: chiaro, diretto e comprensibile. Tuttavia è stato in parte “mutilato” nella diffusione mediatica e, soprattutto, è rimasto piuttosto isolato nel dibattito pubblico.
Vale quindi la pena ribadire alcuni punti fondamentali da condividere con chi ha ancora dubbi.
Il primo punto è che votare Sì significa sostenere il Parlamento. Il referendum riguarda infatti una legge già approvata per ben quattro volte consecutive dopo un lungo iter parlamentare, fatto di discussioni, emendamenti e doppie letture. Se ogni volta che in Italia si prova a riformare qualcosa la risposta è bocciarla, allora non ci si può poi lamentare se nulla cambia davvero.
Il secondo punto è che si tratta di una legge costituzionale promulgata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella senza rinvio alle Camere. Questo significa che non contiene elementi in contrasto con lo spirito della Costituzione o con i suoi principi fondamentali, ma interviene con correzioni ritenute compatibili con l’assetto costituzionale.
Terzo aspetto: non è affatto vero che il Sì sia sostenuto solo da una parte politica. Molti magistrati sono favorevoli alla riforma, tra cui l’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera, che in passato è stato anche deputato del Partito Democratico. Spesso queste posizioni non vengono espresse pubblicamente con forza perché chi si espone rischia di essere isolato o attaccato all’interno della magistratura. A sostenere il Sì sono anche i Radicali, Azione di Carlo Calenda e diversi esponenti del PD che ritengono necessario valutare la riforma nel merito, senza trasformare il referendum in un semplice voto pro o contro il governo.
Un quarto elemento riguarda una certa incoerenza nel dibattito pubblico. Se si riascoltano le dichiarazioni di Marco Travaglio o del procuratore Nicola Gratteri di alcuni anni fa, o se si leggono vecchi documenti congressuali del PD, si scopre che molte delle tesi oggi difese dal Sì erano allora condivise anche da chi oggi sostiene il No. Il cambiamento di posizione appare spesso legato più allo scontro politico con il governo che al merito della riforma.
Quinto punto: nessuno vuole subordinare i magistrati alla politica. Questa è probabilmente la più grande delle bufale circolate in campagna referendaria. L’obiettivo della riforma è semmai quello di rafforzare responsabilità e trasparenza nel sistema giudiziario. Chi sostiene il No ripete spesso lo slogan della “sottomissione alla politica”, ma non indica concretamente quale norma della riforma produrrebbe questo effetto.
I numeri, più delle opinioni, aiutano a capire il problema. Nel 2024 sono state presentate 587 segnalazioni su presunti casi in cui magistrati non avrebbero svolto correttamente il proprio lavoro. Negli ultimi cinque anni gli esposti sono stati 8.710. Eppure il 96% di queste segnalazioni è stato dichiarato inammissibile o infondato e archiviato. La decisione spetta alla Procura generale della Cassazione, cioè ad altri magistrati. Chi presenta un esposto spesso non conosce nemmeno le motivazioni dell’archiviazione e non ha strumenti per contestarle o fare ricorso.
Il restante 4% dei casi arriva al Consiglio Superiore della Magistratura, proprio quell’organo che la riforma intende modificare. Su oltre 5.000 esposti esaminati nell’ultimo triennio, il CSM ha emesso solo 199 decisioni: 82 condanne, 94 assoluzioni e 23 sentenze di non luogo a procedere. In pratica, su migliaia di segnalazioni, le condanne sono pochissime e spesso senza effetti concreti. Tra il 2018 e il 2024, su 8.710 procedimenti avviati, soltanto nove magistrati sono stati effettivamente sanzionati: in media poco più di uno all’anno.
Un altro punto centrale riguarda il peso delle correnti interne alla magistratura. Secondo i sostenitori della riforma, queste correnti sono diventate negli anni un vero sistema di potere che condiziona carriere e incarichi. Il Sì mira proprio a ridurre questo meccanismo, che molti considerano una delle principali distorsioni dell’attuale sistema.
Infine, va ricordato che la magistratura italiana ha avuto decenni di tempo per riformarsi autonomamente, ma non lo ha mai fatto in modo incisivo. La riforma non risolverà da sola tutti i problemi della giustizia italiana, ma rappresenta comunque un primo passo per rompere un sistema percepito da molti come autoreferenziale.
Guardando all’estero, inoltre, il modello di separazione tra chi accusa e chi giudica è adottato nella maggior parte delle grandi democrazie occidentali: Svizzera, Germania, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Danimarca, Svezia, Norvegia e Stati Uniti. Il sistema italiano, invece, è più simile a quello presente in Paesi come Cina, Pakistan, Turchia, Venezuela, Iran, Iraq o Russia, dove pubblico ministero e giudice appartengono allo stesso ordine.
Per questo i sostenitori del Sì ritengono che la riforma rafforzi, e non indebolisca, l’autonomia e l’equilibrio del sistema giudiziario, avvicinando l’Italia ai modelli delle principali democrazie occidentali.































