Anche se gli spazi per un pensiero non conformista e la libera espressione di idee si stanno restringendo anche negli Stati Uniti come da tempo succede in Europa, laggiù esistono ancora intellettuali coraggiosi e giornalisti di gran nome che riescono ad esprimersi pubblicamente in modo tutt’altro che “politically correct” e sono pure ospitati da testate importanti.
Per fare solo qualche esempio si potrebbero citare il docente John Mearsheimer o il premio Nobel per l’economia Jeffrey Sachs e tra i giornalisti che si occupano di politica internazionale George Friedman.
Purtroppo non è lo stesso che succede nel nostro continente, ove chi si esprime in modi non accettati dal pensiero dominante è costretto a farlo su testate minori o solamente in internet. E anche in quest’ultimo caso salvo censura preventiva.
Negli Usa è interessante, a questo proposito, quanto un già Premio Pulitzer, David Brooks, scrive sul New York Times sotto forma di editoriale (ce ne riferisce Dante Beneventi su Digital Gazette), suscitando poi un aperto e serio dibattito in tutto il Paese. Brooks è un classico liberal anti-Trump ma il suo ultimo editoriale suona come un vero schiaffo all’America conformista.
Il problema non è Trump, scrive ma “Trump è il compimento di ciò che l’America è sempre stata”. E continua: “Una nazione autorizzata dai propri miti sull’eccezionalismo a fare ciò che vuole. Trump non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto”.
L’eccezionalismo cui il giornalista si riferisce è la sincera e condivisa convinzione di quel popolo di essere una eccezionalità nel mondo e di avere il compito di guidare tutti gli altri verso il proprio stile di vita basato sul benessere, la libertà e la democrazia. Poco importa poi che, nella realtà, questi presunti valori servano anche a garantire ai più ricchi tra loro di poter continuare a essere sempre più ricchi a spese del resto del mondo.
La grandissima parte del pubblico americano crede veramente di avere la “missione” di dover spingere il mondo verso il “bene” ed è disponibile così a giustificare interventi militare di vario genere in Paesi anche lontani e a violare continuamente il cosiddetto “diritto internazionale” senza porsi il problema delle morti e dei danni che ciò comporterà.
“E’ una convinzione che affonda le radici nella nostra storia – riferisce Beneventi citando le parole di Brooks – Dai Padri Pellegrini che credevano di essere il popolo eletto, alla dottrina Monroe…Trump non ha inventato nulla, ha solo tolto la maschera”. Brooks continua domandandosi se gli Stati Uniti sono davvero diversi dalle altre nazioni o sono solo più potenti e quindi si sentono liberi di fare ciò che vogliono. Poi si risponde che nella realtà non sono affatto diversi, sono solo più prepotenti e arroganti e, anche se con Trump hanno messo da parte l’ipocrisia, sono sempre stati gli stessi, almeno dall’inizio del secolo scorso, poiché anche quelli che lo combattono in nome dei presunti valori democratici condividono la stessa presunzione che chi non condivide i “valori americani” stia dalla parte del male.
In merito alla guerra in Iran, poco popolare perfino negli USA, Brooks continua: “I missili che cadono su Teheran sono il frutto di una presunzione… quella di credere che l’America possa fare a meno di ascoltare il resto del mondo. Quella di pensare che la forza possa sostituire la diplomazia. Quella di ritenere che i propri valori (e i propri interessi -nota del sottoscritto- ) siano gli unici valori possibili”.
L’editoriale di Brooks finisce poi con un invito: “L’America deve accettare di essere una nazione tra le nazioni, non la nazione guida. Deve smettere di credere di avere il diritto di imporre la propria volontà agli altri. Deve ascoltare, negoziare, compromettersi. O continuerà a fare guerre e a perderle…”.
Una tale franchezza mette in luce quella verità che in tanti conosciamo da tempo, ma che da noi è raro sentire affermare dalle firme importanti del nostro giornalismo o dai nostri intellettuali o pseudo-tali. Negli USA è ancora possibile farlo, almeno fino ad ora, a viso aperto ed essere ospitati da testate autorevoli pur suscitando poi critiche e distinguo.
La domanda che ci poniamo noi però è: se mai quell’invito venisse accolto, come reagirebbero i vari tycoons a stelle e strisce che dalle guerre e dal predominio mondiale degli Stati Uniti, costantemente riaffermato, ricavano le loro crescenti ricchezze? La risposta è semplice: non lo permetteranno mai.































