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                  L’ANALISI DI DARIO RIVOLTA | Iran, il regime sulla strada del disfacimento

                  Andiamo a guardare cos’è oggi l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran

                  di Dario Rivolta
                  venerdì 06 Febbraio 2026
                  in L'OPINIONE
                  Iran

                  Iran

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                  Tra le varie crisi violente attualmente in corso nel mondo voglio mettere la lente di ingrandimento su una di loro: l’Iran.

                  Voglio innanzitutto premettere che ho sempre guardato con disgusto quelle realtà ove chierici di ogni religione o ideologia pretendono di guidare secolarmente la società imponendo a tutti i loro credi e decidendo cosa è giusto e cosa sbagliato.

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                  Gli ayatollah iraniani mi ripugnano come gli altri, né più né meno.

                  Più precisamente, li sento pericolosi esattamente come tutti gli invasati, politici o religiosi in buona o cattiva fede che siano, perché non tollerano che possano esistere altre “verità” e usano tutti i mezzi per imporre la loro volontà e mantenere il potere su tutto e su tutti.

                  Fatta questa premessa doverosa, andiamo a guardare cos’è oggi l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran.

                  Nonostante la stragrande maggioranza della popolazione si consideri islamica sciita (circa 90%), sono riconosciute nella locale Costituzione altre religioni quali la cristiana (0,2-0,7), l’ebraica (0,01), la islamico-sunnita (7%), lo zoroastrismo (0,1). I cristiani hanno diritto a tre seggi nel locale parlamento (2 per gli armeni e 1 per gli assiri/caldei) e gli zoroastriani e gli ebrei un seggio ciascuno.

                  Non risultano persecuzioni di carattere religioso e, nonostante la fortissima campagna del governo contro Israele, gli ebrei locali sono comunemente accettati e possono tranquillamente frequentare le loro sinagoghe e condurre una vita regolarmente integrata nella società. I sunniti non hanno seggi assegnati poiché possono regolarmente essere eletti come gli sciiti in quanto islamici.

                  Uno dei principali medici di Khomeini fu ebreo. Nel paese esiste da sempre una forte corruzione in costante crescita, proporzionale alla crisi economica e all’inflazione in gran parte dovute alle sanzioni e alla cattiva amministrazione.

                  La maggior parte del potere economico è entrato via via sotto il controllo dei Pasdaran (le Guardia Rivoluzionarie) anche se c’è una fortissima componente privata.

                  Le aziende indipendenti godono di una relativa libertà d’azione, purché questa non disturbi le volontà del Governo e delle Guardie. Molti iraniani devono le loro entrate direttamente o indirettamente allo Stato e ciò garantisce un certo consenso di base. Anche le numerose Organizzazioni Benefiche sono legate al clero locale e ciò costituisce un’altra forma di controllo sulla società.

                  Tuttavia il discredito degli ayatollah e i loro accoliti è molto esteso perché a loro si fa giustamente risalire la responsabilità della corruzione, del malgoverno e delle restrizioni alle libertà individuali. Anche se le donne iraniane non godono delle stesse libertà di cui godono in occidente, a differenza di ciò che succede in Afghanistan o perfino in Arabia Saudita, non si può sottovalutare il fatto che si sono avute donne ministro e che alle università sono iscritte più femmine che maschi.

                  Il livello medio d’istruzione è molto più alto che in ogni altro Stato medio-orientale (salvo Israele) e nelle strade, nella musica, nella letteratura e nelle conversazioni private si sente il respiro di una cultura millenaria ben precedente all’arrivo dell’islamismo. Il malcontento è abbastanza diffuso ma, come spesso succede ovunque, è più forte nelle città che nelle campagne.

                  Ciò che ha spinto e spinge ancora i manifestanti nelle strade è più la crisi economica della volontà di un cambiamento di regime, anche se coloro che auspicherebbero la fine del dominio degli ayatollah sono sempre più numerosi.

                  Quando mi trovai in Iran durante i pochi anni del funzionamento dell’accordo JCPOA notai la grande soddisfazione della gente comune nell’intravedere un nuovo legame di collaborazione con i Paesi europei e con gli Stati Uniti e, soprattutto i giovani, erano finalmente contenti e orgogliosi di potersi confrontare alla pari con qualche cultura diversa.

                  Mentre guardano con una certa simpatia verso l’Occidente, non dimenticano però un loro forte sentimento patriottico unitario nonostante la presenza nel Paese di varie nazionalità. Queste differenze etniche che altrove potrebbero essere oggetto di rivendicazioni separatiste hanno poco risalto in Iran ove la maggior parte di loro, pur nelle differenze si sente “iraniana”.

                  Tale aspetto non può essere sottovalutato poiché, in caso di un attacco straniero dall’esterno, è molto probabile che anche le minoranze si ricompattino con lo Stato centrale contro un possibile “nemico invasore”.

                  A puri fini di statistica, le etnie sono così suddivise: persiani circa il 61%, azeri di lingua turca tra il 16 e il 24%, curdi tra il 7 e il 10%, lurs (nelle regioni occidentali) il 7%, arabi 3%, balushi 2%, turkmeni 2%, Qashqai (ex-nomadi turcofoni presenti soprattutto nella regione di Shiraz) e altri 2%.

                  Attualmente gli americani stanno cercando di forzare la mano verso un accordo con il regime usando contemporaneamente il bastone e la carota. Il primo consiste nelle minacce di attacco e lo spiegamento conseguente di grandi forze militari nei mari del Golfo, oltre che un appesantimento delle sanzioni. Il secondo è l’apertura (condivisa) alla possibilità di un’intesa diplomatica.

                  Naturalmente tutti speriamo che sia la “carota” a prevalere ma non ci si può nascondere che la strada di un accordo non sia agevole. Agli americani e ai loro sodali non interessano né l’instaurazione di una qualche democrazia, né, di là dalle dichiarazioni ufficiali, la sorte dei manifestanti rimasti uccisi durante i recenti scontri (mai si è alzata una voce forte del Governo americano contro il massacro dei palestinesi di Gaza).

                  Ciò che a Washington e ai suoi sodali interessa è quanto segue: neutralizzazione totale di ogni velleità atomica di Teheran, eliminazione delle riserve missilistiche, fine del sostegno ai “proxi” in tutto il medio-oriente, diminuzione della vicinanza alla Cina e alla Russia e, possibilmente, crollo del regime immediato o futuro.

                  Ciò che gli iraniani vorrebbero è: fine delle sanzioni o almeno una loro riduzione, certezza che Israele (e gli USA) non attacchino più, libertà di scegliersi gli interlocutori internazionali che preferiscono.

                  Il regime sa bene che il popolo iraniano non riuscirà a resistere al crescente aumento dell’inflazione, alle disparità sociali che aumentano, alla disoccupazione, all’inefficienza delle amministrazioni causate soprattutto da sanzioni economiche paralizzanti.

                  È per questo che ha accettato di provare a negoziare. Mentre sull’eliminazione delle velleità nucleari esistono buone possibilità di intendersi (d’altra parte l’Iran, a differenza di Israele, ha firmato da tempo l’accordo per la limitazione delle armi nucleari), rinunciare alle proprie difese missilistiche e abbandonare del tutto la battaglia per i diritti dei palestinesi contro le prepotenze israeliane significherebbe, per Teheran, diventare nel futuro un preda molto più facile da parte di chi è oggi percepito come nemico più o meno mortali quali Israele, l’Arabia Saudita e perfino la Turchia. In altre parole, sarebbe perdere ogni reale sovranità per sottostare ai diktat di chiunque voglia ricattarli con la forza militare.

                  Ovviamente, in diplomazia tutte le strade sono sempre aperte e resta sempre possibile trovare una qualche intesa che salvi a tutti la faccia. Ciò che sarebbe invece, da parte degli americani e dei sodali, un gravissimo errore sarebbe davvero attuare le minacce di guerra perché in questo caso il risultato non sarebbe certo quello ottenuto in Venezuela.

                  Anche l’eliminazione di Khamenei non risolverebbe il problema poiché è già prevista la modalità di una possibile sostituzione e il potere a Teheran è sufficientemente diversificato da sopravvivere a ogni decapitazione.

                  È pur vero che sia possibile che agenti del Mossad, della CIA (o altre agenzie americane) e dei Mujahiddin del Popolo abbiano dei loro infiltrati in alcune strutture istituzionali e tra i protestanti ma questo non basterebbe a impedire una forte reazione dei Pasdaran in tutto il territorio, una reazione avversa della popolazione e il blocco totale dell’economia.

                  L’ipotesi che Reza Pahlavi possa costituire un’alternativa politica viabile è una pura illusione creata soprattutto dagli israeliani perché la sua popolarità in patria è praticamente nulla. Inoltre, gli iraniani, se attaccati, reagirebbero con azioni anche fuori del loro territorio allargando il conflitto almeno su Israele e altrove.

                  Anche durante i recenti bombardamenti israeliani e americani, la reazione di Teheran è stata pronta e molto forte e, nonostante Tel Aviv abbia cercato di minimizzare, i danni subiti da Israele sono stati ingenti. Proprio per l’eventualità giudicata possibile che il conflitto si allarghi, sia la Turchia sia gli Emirati sia l’Arabia Saudita che il Pakistan stanno premendo sugli americani affinché cerchino soltanto soluzioni negoziali e non commettano l’errore di un attacco.

                  Anche la Cina, pur prudente come sempre, non potrebbe restare del tutto silente nel caso gli USA o Israele (o entrambi) mettano completamente a rischio le sue forniture di petrolio (scontato) in arrivo dall’Iran.

                  In Venezuela Trump è riuscito, almeno per ora (ma ne parleremo), a ottenere ciò che si era prefissato ma la situazione in Iran è molto più complicata, oltre che geograficamente molto lontana.

                  Un accordo darebbe certamente al regime una possibilità maggiore di sopravvivenza ma in Iran ogni possibile cambiamento politico non può che derivare da dentro il Paese. Il regime sa di essere in una posizione di debolezza interna e percepisce il crescente malcontento.

                  Infatti ha allentato alcune norme quali l’obbligo del velo alle donne (qui va comunque ricordato che molte donne, per tradizione, lo mettono volontariamente e che è normalmente indossato lasciando fuori il ciuffo frontale, cosa che non succede in Arabia Saudita e nemmeno tra le nostre suore), ha consentito l’elezione di un Presidente (comunque con poteri limitati) considerato “moderato” e ha richiamato all’ordine la prepotenza dei paramilitari Basiji intimando loro maggiore tolleranza.

                  Una diminuzione del numero e del tipo di sanzioni economiche darebbe fiato al regime e contribuirebbe a sedare una parte delle proteste popolari ma, a chi conosce un poco l’Iran, ciò che sembra ineluttabile è che il regime secolare degli ayatollah è sulla strada del disfacimento ed è solo questione di tempo, magari non brevissimo, prima che possa collare del tutto.

                  Tags: Iran
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