Minore mobilità sociale che sfocia inevitabilmente in poca meritocrazia. Secondo The Economist, gli Stati Uniti del nuovo secolo stanno conoscendo per la prima volta il problema della gestione del merito. Infatti, se il lavorare duro è la via del progresso politico, economico e sociale di un paese, l’America non può certo considerarsi tra gli stati che stanno percorrendo quella strada. Al contrario, si fa sempre più sentire “the American paradox”, quella contraddizione vicina al modello proposto da Michael Young in “L’avvento della meritocrazia”. Il sociologo britannico profetizzava già nel 1958 la società di élite sostituita dalla gerarchia di talenti. Un cambiamento notevole, frutto di un ragionamento non così scontato come si potrebbe pensare: se un tempo l’1% della top society spendeva in “wine, women and song”, oggi quella stessa parte di società preferisce lezioni di cinese o abbonamenti alle riviste come l’Economist appunto. Ad avanzare è una élite la cui distanza con i meno abbienti è in aumento, mentre crolla il peso delle pari opportunità.
In realtà, nel paragone tra l’America e l’Italia, rimangono delle differenze evidenti. Gli analisti americani puntano il dito contro il sistema scolastico e sociale. I più poveri si sposano sempre meno e i matrimoni falliti lasciano spazio a figli di genitori single. La distanza tra ricchi e poveri ha raggiunto, a cavallo tra i due secoli, un gap del 30-40%.
Al di là delle spiegazioni politiche che destra e sinistra cercano di dare, il problema nasce dalla gestione dell’istruzione. Se nei paesi OCSE lo stato spende a favore dei più poveri, negli Stati Uniti è vero il contrario, cioè la scuola primaria non riceve abbastanza finanziamenti (gestiti dai governi dei singoli stati) e quindi chi proviene da famiglie più povere difficilmente riuscirà ad arrivare all’università. Nessuno ovviamente nega che le famiglie più ricche debbano investire nell’educazione dei propri figli, tuttavia si dovrebbe impedire loro di rendere la propria posizione sociale ancora più vantaggiosa.
Ad esempio, sembra del tutto iniqua la scelta degli atenei di dare corsia preferenziale ai figli di chi ha frequentato quell’università o a chi manda dei finanziamenti. La scelta dovrebbe ricadere sui migliori cervelli, accompagnata dalla ricerca di un sistema efficiente che finanzi i più disagiati.
Questa visione della meritocrazia si distanzia un pò da quella europea, dove il problema riguarda invece le opportunità di riuscita occupazionale dei giovani. Dopo un secolo in cui la mobilità sociale in Italia è stata elevata e ha agevolato la crescita economica, i giovani, più istruiti, si trovano costretti ad accettare un lavoro che li colloca in una classe sociale più bassa di quella del padre. Nel Bel Paese, la meritocrazia dovrebbe mettere al riparo da avanzamenti sociali dovuti alla propria provenienza, dove “provenienza” – ci ricorda Roger Abrovanel – indica un’etnia, un partito politico, l’essere uomo o donna, la famiglia di origine.
Tenendo conto dell’analisi dell’Economist, la radice del problema – ovvero l’origine familiare – sembra la stessa. Ma se nel caso americano deriva dalla consolidarsi di un’élite che spinge per rimanere tale, in Italia è legato al “familismo”, per cui gli italiani si rifugiano nella “famiglia” per fare successo, come dimostrano aziende che passano di padre in figlio esattamente come 150 anni fa. In sostanza, seppur in forme diverse, l’assenza di meritocrazia in chiave moderna rischia di risolversi con una formula del passato, ovvero con l’immagine proposta da Young in cui le masse, piene di talenti, portano avanti una rivoluzione per rovesciare l’élite, troppo arrogante e scollegata dai sentimenti del popolo.
































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