Decine di giovani iraniani, ammantati dalle “vere bandiere dell’Iran, quelle con il Leone di Persia”, hanno risposto all’appello lanciato dal segretario di +Europa, Riccardo Magi per il sit-in andato in scena stamattina di fronte all’ambasciata di Teheran a Roma, in via Nomentana: in silenzio – rotto solo dal grido in farsi “Javid Shah”, ‘Viva lo Shah’ – come quello imposto dal regime degli Ayatollah alla popolazione, a cui da oltre cinque giorni – il ‘digital blackout’ è iniziato l’8 gennaio – è negato l’accesso a internet e alle reti mobili e fisse con l’obiettivo di ostacolare i contatti tra i manifestanti ed evitare il diffondersi all’estero delle immagini della repressione.
“Siamo noi iraniani all’estero che dobbiamo dare voce a chi sta protestando”, ha spiegato Pegah, poco più di 20 anni, in Italia per studiare. Il volto e il collo sporchi di vernice rossa: ‘Fino a quando il nostro sangue dovrà innaffiare le radici della Repubblica Islamica? Più di 20mila manifestanti uccisi in due giorni, basta’, si legge sul cartello che mostra a volto scoperto.
“Questa volta puo essere diverso, quello di cui abbiamo bisogno è voce- l’appello di Pegah- perché non si può condividere tutto quanto sta succedendo: senza internet siamo silenziati, e noi iraniani fuori dal Paese siamo al voce di chi è dentro. Non abbiamo più paura perché non c’è nulla da rimpiangere”.
Tutti quanti, ha sottolineato, “vogliamo un’alternativa, come il ritorno dello Shah che sarà sicuramente migliore di quello che abbiamo oggi, perché abbiamo bisogno di un governo che non uccida chi sta solo dicendo ‘no’. Vogliamo libertà: il discorso non è più il velo o l’economia, ma riprenderci umanita e dignità che a noi mancano da decenni, dal 1979″.
In questa situazione, anche un intervento americano “non può essere peggio di quello che c’è ora, con 2mila vite perse in due giorni”.
‘In Iran non solo ti sparano in testa per dire no, ma chiedono anche 5mila euro alla tua famiglia per restituire il corpo’, si legge su un altro dei cartelli esposti.
Da 15 giorni, ha raccontato Mahjid, altro giovane studente nato e cresciuto a Mashhad, città nel Nord-Est dell’Iran, “migliaia di persone vengono assassinati. Da 5 giorni non so se i miei familiari e i miei amici sono morti o stanno bene, non so nulla. Ma il silenzio imposto dal regime non ferma le nostre proteste: in tutte le città, grandi e piccole, molta gente inneggia allo Shah. Vogliamo il ritorno di Pahlavi, che non è un dittatore, per una transizione secolare dalla Repubblica Islamica. Tutto l’Iran grifa Javid Shah, viva l’Iran e viva la libertà”.































