“Io libanese, musulmano, oggi cittadino italiano, voto Lega e sostengo Salvini”

“Parla con il cuore, a differenza di altri politici. I musulmani moderati votano Salvini. Che male c’è a voler difendere i propri confini, volere un’immigrazione selezionata e controllata?”

Hassan Abou – harfouce, libanese, musulmano, da 31 anni in Italia, ha raccontato la sua storia a Radio Cusano Campus. Hassan vive a Trevignano Romano, alle porte di Roma, è cittadino italiano, ha sposato un’italiana e ha tre figlie. E’ un odontotecnico, nella suggestiva località che si affaccia sul lago di Bracciano ha avviato il suo studio. Hassan è un sostenitore e un elettore della Lega.

Il significato del sentirsi italiano. “Per me sentirsi italiano ha un peso importante, sento questa responsabilità. Essere italiano significa essere perbene, pagare le tasse, inserirsi nella comunità, integrarsi nella società, non fare danni, non creare problemi. Bisogna ricordarsi che la nostra libertà finisce quando comincia quella degli altri. Essere italiano vuol dire rispettare le leggi e la Costituzione italiana. Quando ho ottenuto la cittadinanza italiana ho giurato di servire quello che è il mio paese”.

Il voto alla Lega e l’appoggio a Matteo Salvini. “Mi sento vicino alla Lega, partecipo a tutti gli eventi del partito e sostengo Matteo Salvini. Gli altri politici parlano solo con la lingua, Matteo Salvini parla con il cuore. I musulmani moderati votano Salvini. Lo garantisco. Salvini vuole difendere i confini del suo paese e per me è una cosa sacrosanta. Che male c’è a voler difendere i propri confini, volere un’immigrazione selezionata e controllata? Perché deve esser accusato di razzismo? Se una persona dice: vieni in Italia, lavori, produci, paghi le tasse e sei mio fratello, può essere tacciato di razzismo? Che c’entra il razzismo con l’immigrazione clandestina, con la delinquenza, con chi viene in Italia e non ha voglia di fare niente? Il razzismo è un’altra cosa. Salvini non è razzista, lo vogliono dipingere così. Integrazione vuol dire sciogliersi nella società. Gli immigrati devono lavorare e non pretendere tutto e subito. Prima i doveri e poi i favori”.

“Un mio amico giornalista ha fatto su un gommone la tratta Libia-Italia e ho scoperto tante cose. Innanzitutto non è vero che chi arriva dalla Libia è stato detenuto nei campi di detenzione libici. E sapete perché? Perché se entri in quei campi non esci più. La prima cosa che ti dicono di fare coloro che sfruttano gli immigrati, i delinquenti che si fanno pagare migliaia di euro, è quella di buttare il passaporto e ti suggeriscono di dire che hai subito violenza, sei scappato dalla guerra. Così quando arrivi in Italia non hai nessuna identità. Perché il business è crollato? Perché è stato abile e bravo Salvini ad abbassare la somma prevista per ogni migrante, da 35 euro a 20 euro. E’ allettante per un migrante sapere di essere servito e riverito, no?! E’ finito il business. Se le tv straniere, come Al Jazeera, Al Arabiya, cominceranno a dire che i porti in Italia sono chiusi, che non si può più entrare, che l’Italia non sta dando più un soldo vedrai che l’immigrazione si fermerà. Le ong devono mettersi una mano sulla coscienza, hanno il dovere di salvare le persone in mare ma non devono andarle a prendere dall’altra parte del Mediterraneo”.

La storia di Hassan. “Sono arrivato in Italia 31 anni fa. In Libano eravamo in piena guerra e avevo deciso di andare in America. Poi un mio cugino sposato con un’italiana mi ha suggerito di cambiare rotta. Mi sono rivolto all’ambasciata italiana a Beirut, all’istituto culturale al quale ho presentato tutta la documentazione per studiare in Italia. Per sei mesi ho frequentato un corso di lingua italiana e ho ottenuto il premesso di partire. Dovrebbe essere così, una persona per entrare in un paese straniero dovrebbe avere un permesso, i requisiti. Io sono scappato dalla guerra ma per una questione di dignità non ho richiesto l’asilo politica. E così hanno fatto tutti i miei amici che hanno intrapreso lo stesso percorso. Volevamo migliorare la nostra posizione sociale e politica. Non ho chiesto asilo politico, né sostegno ma oggi, col senno del poi, se tornassi indietro lo chiederei. Noi siamo arrivati con la speranza di migliorarci e di inserirci nella società. Io mi sento italiano, mangio italiano, vesto italiano, vivo da italiani, parlo l’italiano, pago le tasse, e rispetto la legge. Quando sono venuto in Italia, per mantenermi agli studi, ho svolto tanti lavori, tra i quali il bagnino. E sulla spiaggia ho incontrato quella che poi è diventata mia moglie. Mio suocero apparteneva al MSI ed era ostile alla nostra relazione. Con il tempo però si è ricreduto e ha avuto grande stima di me”.