Dalla New York degli anni ’80 al Porto Antico di Genova: è una storia di emigrazione, impresa e ritorno quella raccontata da Paolo Secondo, storico ristoratore e fondatore del brand “I Tre Merli”.
In un’intervista rilasciata a Il Secolo XIX, Secondo ripercorre gli inizi difficili della sua carriera: “Il bancone di legno del bar era così marcio che se lo toccavi ti rimanevano i pezzi in mano”, ricorda, descrivendo i primi passi prima del grande salto oltreoceano.
Era il 1985 quando decide di portare “I Tre Merli” a New York, nel cuore di Manhattan, dando vita a un’esperienza imprenditoriale durata quarant’anni. Un percorso fatto di successi, ma anche di trasformazioni profonde della città americana, tra le conseguenze dell’11 settembre e la crescente speculazione immobiliare che ha cambiato il volto di interi quartieri.
“Si guadagnava con gli affitti, ma il vero business era demolire per costruire hotel di lusso e centri commerciali. Così il quartiere perde la sua anima”, racconta Secondo, ricordando il cambiamento di Soho e di Manhattan nel corso degli anni.
Oggi il ristoratore è tornato in Italia e ha scelto di investire nuovamente a Genova, dove gestisce l’attività insieme alla famiglia. Una scelta dettata anche dalla fiducia nelle potenzialità della città: “Ho trovato Genova molto cambiata. C’è un potenziale enorme e tanti giovani con voglia di fare”.
Accanto all’entusiasmo, però, non mancano le criticità. Secondo punta il dito contro alcune rigidità del sistema italiano, in particolare nel mondo del lavoro: “La normativa è obsoleta. Se hai 15 dipendenti sei considerato una grande azienda e paghi molto di più degli altri”.
Un contesto che, secondo l’imprenditore, continua a spingere molti giovani verso l’estero: “Fuori c’è più libertà e flessibilità, che permette di costruire percorsi professionali più dinamici. In Italia, invece, chi ha voglia di fare spesso ha meno possibilità di emergere”.
Nonostante tutto, Secondo resta convinto che il Paese abbia risorse importanti: “L’Italia si regge su persone con una forte etica del lavoro, capaci di competere anche a livello internazionale”.
La sua è una testimonianza che intreccia emigrazione e ritorno, mettendo in luce le sfide e le opportunità di un’Italia che continua a confrontarsi con il tema della mobilità e del lavoro.































