Comprensibilmente, e non senza ragione, prima o poi i Paesi europei dovranno cominciare a dotarsi di vere forze di difesa, soprattutto perché non esiste più una garanzia sicura che la NATO, cioè gli USA, continuerà a lungo a sopperire alle nostre carenze. Purtroppo, per ingannare opinioni pubbliche non così favorevoli a ridurre le spese per lo stato sociale a vantaggio degli armamenti, politici bugiardi sventolano il pericolo che la Russia ci invaderà appena “conclusa” la guerra in Ucraina.
A confermare le loro affermazioni, ovviamente, c’è anche il “burattino impazzito” Zelensky, che ha tutto l’interesse a sostenere tale ipotesi per giustificare il continuo aiuto economico e militare che Bruxelles versa al suo Paese, sottraendo tali risorse ai contribuenti europei.
Se, tuttavia, analizziamo la situazione con lucidità e restiamo impermeabili alla propaganda, l’ipotesi che la Russia intenda attaccare i Paesi europei si dimostra più assurda che improbabile.
Trump, impegnato in una guerra contro l’Iran che, comunque e quando finisca, rappresenterà una sconfitta personale per lui e per gli Stati Uniti, ha nuovamente minacciato di voler ritirare le truppe americane da quegli Stati europei che non raggiungeranno, per la difesa, una spesa pari al 5% del proprio PIL.
Probabilmente non arriverà a farlo ma, anche qualora dopo di lui fosse eletto un presidente più diplomatico e meno guascone nei nostri confronti, il nostro continente non potrà più fare affidamento certo sull’art. 5 della NATO per garantire la nostra sicurezza in caso di guerra. Per quanto spiacevole e impopolare possa essere, il tempo del bengodi per noi è finito e dovremo cominciare a pensare seriamente a investire in nuovi e più completi armamenti.
Dal dopoguerra, noi europei occidentali abbiamo potuto permetterci di fare soltanto finta di avere eserciti nazionali in grado di difenderci nel caso di attacchi stranieri e, invece di spendere per la nostra difesa, abbiamo potuto giustamente investire nello “stato sociale”.
La nostra garanzia di sicurezza erano gli USA. Adesso saremo obbligati a spendere molto di più per le armi, ma l’ideale sarebbe farlo con gradualità e con il minimo impatto sulle spese per la sanità, l’istruzione e la previdenza. È ovvio che, se ci trovassimo davanti a un pericolo imminente, ogni possibile gradualità sarebbe impensabile ma, nonostante quel che ci raccontano, la verità è che nessun vero pericolo ci minaccia e che nessun esercito nazionale dei Paesi europei sarebbe in grado, nemmeno se più armato e modernizzato, di sostituire la garanzia difensiva finora fornita dagli americani. Sgombriamo quindi il campo da facili illusioni e da grida allarmistiche lanciate volutamente da politici in malafede e/o da produttori di armi interessati, e guardiamo in faccia la realtà.
Numero uno: fino a che non esisterà, se mai accadrà, un’unità politica europea, un esercito unitario dell’Unione è impossibile. Infatti, chi dovrebbe comandarlo? Chi ne deciderebbe l’eventuale impiego? Chi ne stabilirebbe organizzazione, dislocazione e obiettivi? Se non esiste una volontà politica unitaria e democratica, è impensabile lasciare che sia un qualche generale (e di quale Paese?) a decidere autonomamente. Immaginare che l’ultima decisione spetti alla Commissione suona assurdo, se non addirittura ridicolo, vista la sua composizione (si pensi che tre commissari importanti provengono dai piccoli Paesi baltici: esteri, difesa e politica economica) e la sua scarsa rispondenza alle volontà popolari. Anche ipotizzare che la volontà politica dipenda da un accordo tra un piccolo gruppo di Stati e non dall’intera Unione non risolve il problema, poiché, come dimostrato da tutte le crisi politiche recenti, ogni Governo ha agito per proprio conto, perseguendo ciò che riteneva il proprio interesse nazionale. Il massimo che si potrebbe fare è cercare un maggiore coordinamento negli acquisti degli armamenti, in modo che i vari eserciti possano disporre, all’occorrenza, di sistemi interoperabili. Anche questo minimo, tuttavia, si scontra con il problema di chi progetta e costruisce tali armamenti. Conseguenza: nessun accordo.
Numero due: smettano politici in malafede e giornalisti servili di ripetere che la Russia è il nostro pericolo numero uno e che, finita la guerra in Ucraina, il suo prossimo obiettivo sarà uno Stato europeo. Tale ipotesi è del tutto infondata, per motivi politici, economici e militari. Innanzitutto, perché la Russia dovrebbe attaccare Paesi membri dell’Unione Europea? La Russia possiede il territorio più vasto al mondo e enormi riserve di materie prime: cosa cercherebbe in Europa? Da quando Putin è al potere, dichiarazioni e azioni del Cremlino hanno sempre puntato a garantire la sicurezza dei propri confini e a mantenere una certa influenza negli Stati post-sovietici. Anche la guerra in Ucraina è stata motivata dal tentativo di impedire un’ulteriore espansione della NATO fino ai confini russi.
Da un punto di vista economico e politico, una guerra contro un Paese dell’Unione provocherebbe conseguenze insostenibili per Mosca: isolamento economico quasi totale, perdita di investimenti, ulteriore dipendenza da pochi partner e forte militarizzazione dell’economia interna. Inoltre, la Russia rischierebbe l’esproprio dei propri asset in Europa, sanzioni ancora più dure e un isolamento finanziario completo. Sul piano militare e sociale, un conflitto con l’Europa comporterebbe mobilitazioni molto più ampie, maggiori perdite umane e un possibile aumento del malcontento interno.
Dopo anni di guerra, la Russia ha conquistato solo una parte limitata del territorio ucraino, con perdite molto elevate, arrivando a ricorrere anche a mercenari stranieri. Queste difficoltà rappresentano un indicatore dei limiti operativi dell’esercito russo. È plausibile che, se Putin avesse previsto l’evoluzione del conflitto, avrebbe esitato prima di avviarlo.
La Russia resta una potenza militare significativa, ma con evidenti limiti militari, economici e demografici. La NATO, inoltre, ha rafforzato la propria presenza nei Paesi dell’Est con gruppi di battaglia multinazionali. Un eventuale attacco a uno Stato membro comporterebbe una risposta immediata e l’estensione del conflitto ben oltre l’area iniziale.
È vero che Trump ha più volte parlato di un possibile disimpegno americano in Europa, ma gli Stati Uniti continuano a considerare il continente strategico. Un attacco europeo rappresenterebbe una sfida diretta agli interessi americani. Inoltre, realtà come Kaliningrad rappresentano punti vulnerabili per la Russia in caso di conflitto.
Esiste, in teoria, anche la possibilità di una guerra ibrida, ma anche in questo caso una risposta occidentale sarebbe probabile e le capacità non sono unilateralmente a vantaggio russo. Quanto all’uso di armi nucleari, esso comporterebbe conseguenze catastrofiche e una risposta analoga da parte delle potenze occidentali.
In conclusione, a meno di scenari estremi e irrazionali, la possibilità che la Russia attacchi i Paesi europei appare altamente inverosimile, poiché i costi supererebbero di gran lunga qualsiasi possibile beneficio. Si eviti dunque di alimentare paure infondate e, se si ritiene necessario rafforzare la difesa europea, lo si faccia con equilibrio e realismo.































