Una possibile svolta nella lotta all’Alzheimer arriva dalla ricerca italiana. È stato infatti sviluppato uno strumento basato su algoritmi in grado di prevedere con buona accuratezza chi, tra i soggetti a rischio, svilupperà la demenza entro tre anni.
Il risultato nasce dal progetto Interceptor, coordinato da Paolo Maria Rossini e realizzato grazie alla collaborazione tra alcune delle principali istituzioni scientifiche italiane, tra cui Istituto Superiore di Sanità, Policlinico Gemelli, Irccs San Raffaele, Istituto Neurologico Besta e Fatebenefratelli. Il progetto è stato promosso e finanziato dall’Agenzia Italiana del Farmaco, in raccordo con il Ministero della Salute, e pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia.
Cos’è il deterioramento cognitivo lieve
Lo studio si concentra su persone affette da deterioramento cognitivo lieve (Mci), una condizione che rappresenta una fase intermedia tra il normale invecchiamento e la demenza.
In Italia si stima che siano quasi un milione i soggetti con Mci e ogni anno circa 100mila sviluppano una forma di demenza. Tuttavia, non tutti i pazienti evolvono verso l’Alzheimer: circa la metà mantiene nel tempo una buona autonomia.
Proprio per questo, individuare precocemente chi è destinato ad ammalarsi rappresenta una sfida cruciale.
Come funziona il modello predittivo
Il progetto Interceptor ha coinvolto oltre 350 pazienti con Mci, seguiti per circa tre anni in 19 centri distribuiti sul territorio nazionale.
Durante il periodo di osservazione, il 29,6% ha sviluppato una forma di demenza, mentre il 22,4% è stato colpito da Alzheimer.
Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori hanno sviluppato un modello che integra diversi parametri, tra cui biomarcatori e fattori genetici (come il genotipo ApoE), permettendo di stimare il rischio individuale di sviluppare la malattia nel breve termine.
Il sistema è in grado di classificare i pazienti in rischio basso, intermedio o alto, offrendo così una previsione personalizzata.
Verso una diagnosi sempre più precoce
Lo strumento è pensato per essere utilizzato sia nella pratica clinica sia nei contesti di sanità pubblica, con l’obiettivo di migliorare la diagnosi precoce e la gestione dei pazienti.
In prospettiva, potrebbe rivelarsi fondamentale anche per indirizzare le nuove terapie che saranno disponibili nei prossimi anni, selezionando i pazienti che ne potrebbero beneficiare maggiormente.
Un passo avanti significativo, dunque, nella prevenzione e nel trattamento dell’Alzheimer, che apre nuove possibilità nella medicina personalizzata.






























