Scontri a Londra, Chi non vuole studiare poi non vuole lavorare – di Margherita Genovese

Quello che sta succedendo a Londra e dilaga pericolosamente nelle altre città del Regno Unito, viene commentato da destra e da sinistra secondo gli schemi pregiudiziali della rispettiva ideologia. Le espressioni più in voga: disagio (e quindi comprensione e solidarietà), o delinquenza (e quindi disprezzo e repressione). Noi stiamo nel mezzo, e abbiamo la nostra ricetta, che naturalmente conta quanto il due di coppe quando la briscola è a spade, ma  puo’ servire a far riflettere quei genitori che sono ancora disposti a mettere in discussione le loro convinzioni pregresse, dal permissivismo sessantottino, alla conseguente idea che l’allergia a seguire le regole che manifestano i giovani negli ambiti più vari sia segnale di creatività e di talento.

La nostra società deve cambiare filosofia: prima di tutto abbassare la soglia dei diritti, che non sono direttamente proporzionali alla crescita, e anzi diminuiscono una volta superata l’innocenza dell’infanzia; e alzare la soglia dei doveri, che devono essere assunti e declinati nello studio e nel lavoro con l’arrivo della responsabilità dell’uomo adulto.

Quando sentiamo dire che il 30 per cento dei giovani dai 15 ai 24 anni non studia e non lavora, ci si accappona la pelle: e che fanno, allora, questi giovani?, quali interessi coltivano, quali talenti perdono per strada, quale strada imboccano per garantirsi la soddisfazione dei tanti desideri più o meno legittimi e leciti, che vanno dall’acquisto dell’ultimo prodotto della teconologia più avanzata e della moda più sfrenata, alla dose quotidiana di benzina alcol movida ed escludiamo il peggio?

Le famiglie cedono facilmente, sconfitte dai rimorsi della crescita anaffettiva dei propri figli, dimenticati nelle scuole dell’inutile tempo pieno e prolungato fino a sera, sballottati da una palestra a un corso di chitarra, utili a coprire gli spazi fino all’ora della cena frettolosa e priva di argomenti. La delega educativa dei genitori alle più diverse forme di supplenza, dai bravi nonni ai meno bravi insegnanti o addirittura agli allenatori sportivi, li ha illusi e privati di autorevolezza e rispetto: soli nella crescita, i ragazzi si chiudono nel gruppo, nella difesa del proprio status di mantenuti e viziati, nella ribellione a qualsiasi forma di cambiamento che comporti una loro presa di coscienza.

Nelle grandi città il fenomeno è ingigantito dalle maggiori necessità lavorative dei genitori e dalle più forti tentazioni messe in campo da chi sfrutta abilmente le debolezze umane per ricavare impunemente guadagni illeciti; e le seconde generazioni di immigrati, cresciute nell’illusione di facili prospettive, si rivelano più deboli di fronte alle difficoltà e spesso refrattarie e ribelli alle regole che subiscono senza capirle; diventando così mine vaganti pronte ad esplodere alla prima forma di presunta ingiustizia.

La ricetta, dicevamo: una scuola che ritrovi il suo ruolo culturale e formativo, riscoprendo alcuni aspetti della pedagogia tradizionale, come la documentata e aggiornata professionalità dei docenti e la serietà dei comportamenti disciplinari e didattici; una società che non chieda allo Stato i soliti interventi di tipo assistenziale, ma che punti sulla qualità dei servizi e sul concetto di lavoro come bene primario e insostituibile, da promuovere con gli esempi più virtuosi della politica e del mondo produttivo; che sia settore primario, secondario o terziario, è il lavoro, è il senso del dovere, è la partecipazione responsabile che fanno salire il livello di affidabilità di un Paese. La qualità della vita non deve corrispondere solo alla quantità di tempo sottratta al lavoro, perchè anche il lavoro deve essere ritenuto fonte di soddisfazione e crescita e perfino di piacere: gli italiani non diventeranno mai stakanovisti come la leggenda vuole per gli irriducibili giapponesi, ma non facciamone dei fannulloni, come la leggenda dipinge i messicani sotto il sombrero.

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