Italiani all’estero, Porta (Pd) a ItaliaChiamaItalia: “Territorio e Parlamento, io lavoro così”

“A stretto contatto con i connazionali, ma non trascuro il mio lavoro in Parlamento, altrimenti sarebbe tutto inutile”. A colloquio con il deputato dem eletto in Sud America

On. Fabio Porta, Pd

On. Fabio Porta, in questi giorni la vediamo girare per il Sud America, da un Paese all’altro, sempre impegnato in incontri e riunioni. Le elezioni si avvicinano e Porta ha messo il turbo?

Chi mi conosce e segue la mia attività sa che il mio rapporto con il territorio, ossia con gli italiani che vivono in Sudamerica, è intenso e costante. In questo periodo le iniziative della collettività sono particolarmente fitte e cerco di essere presente nei limiti del possibile dove posso, compatibilmente con la mia attività parlamentare, anche questa – come sapete – molto intensa.

Lavoro in Parlamento e sul territorio: entrambe le cose importanti e necessarie. Una cosa senza l’altra renderebbe ‘dimezzato’ il mio mandato; ma fare solo una cosa e non entrambe renderebbe vano il mio impegno politico.

Ci racconti dove è stato nelle sue missioni più recenti e dove sarà prossimamente.

Ultimamente, oltre ovviamente al Brasile, mi sono recato in Perù, Argentina e adesso in Cile per la continentale del CGIE. Grandi Paesi, dove vivono importanti collettività, realtà diverse ma tutte caratterizzate da una grande presenza italiana e una “voglia” di Italia sempre crescente. In Argentina sono stato al congresso della Federazione delle entità italiane de La Pampa e poi a Mendoza, per incontrare collettività, istituzioni locali e rendere un dovuto omaggio ad una cara amica, Antonina Cascio, una dirigente dell’USEF scomparsa pochi anni fa.

I connazionali che incontra cosa le chiedono?

Più attenzione e rispetto per l’Italia che vive fuori dai confini del nostro Paese; più scambi tra giovani e università; progetti che coinvolgano le piccole e medie imprese italiane in Sudamerica e – ovviamente – servizi consolari moderni ed efficienti. I giovani chiedono di essere coinvolti di più e ci invitano ad aggiornare le nostre politiche, con un occhio alle nuove mobilità ma anche alla valorizzazione delle nuove generazioni di italo-discendenti. I più anziani ci chiedono di non dimenticare le loro storie, e magari di raccontarle in Italia alle nostre nuove generazioni.

Gli italiani del Sud America con i quali ha potuto parlare sanno che nella primavera del 2018 si andrà a votare e che anche loro, come italiani all’estero, avranno l’opportunità di scegliere il proprio rappresentante in Parlamento?

Certo. Ormai la presenza dei parlamentari eletti all’estero fa parte del panorama quotidiano dei nostri connazionali in Sudamerica. Anche quando si reclama una maggiore attenzione da parte dell’Italia e delle sue istituzioni, a noi eletti all’estero viene riconosciuto il ruolo importantissimo e insostituibile di rappresentanti in Parlamento. C’è una grande aspettativa rispetto alle prossime elezioni; il futuro dell’Italia è sempre al centro dei pensieri della nostra collettività in Sudamerica e l’interesse verso la partecipazione politica sembra tornato ai livelli del 2006, quando si votò per la prima volta.

A stretto contatto con il territorio dunque. Cosa le stanno trasmettendo queste visite? Cosa le rimane addosso?

Una emozione permanente, che ti ripaga di tanti sacrifici e anche di tante amarezze che l’esercizio di un mandato così carico di aspettative e responsabilità crea ogni giorno. E’ la mia “benzina”; senza questi incontri e senza un dialogo costante e permanente con i nostri concittadini nel mondo sarebbe vano e direi inutile il nostro ruolo a Roma nel Parlamento. Ogni viaggio, ogni incontro è una nuova scoperta. Continuo a sorprendermi per la capillarità e la grandiosità della presenza italiana in America Meridionale. In Italia dobbiamo trasmettere queste sensazioni e questa realtà; in ogni paesino sperduto di questo continente esiste un poco di italianità e di Italia.

Quali le richieste dei connazionali che lei, On. Porta, porterà a Roma, in Parlamento?

Voglio portare in Parlamento questa voglia di “italicità”. Una realtà con un potenziale nel mondo di 250 milioni di persone, tanti sono gli “italici” secondo Piero Bassetti (l’autore del libro “Svegliateci Italici”!). Una realtà sulla quale continuare a investire, non solo con risorse adeguate ma anche con intelligenza e creatività.

Voglio portare questo grande desiderio di scambi giovanili presente tra gli italo-discendenti, concretizzando in forma ampia e strutturata il progetto Erasmus per portare giovani italiani in Sudamerica e sudamericani in Italia. E infine servizi consolari efficienti, grazie al trasferimento delle risorse delle percezioni consolari ai consolati e ad un intelligente ed esteso uso delle nuove tecnologie.

Arriveranno i 4 milioni del suo emendamento che prevede il trasferimento ai consolati di parte del ricavato delle domande di cittadinanza?

Leggo con piacere che anche il coordinatore del movimento che sta organizzando la manifestazione davanti al Consolato di San Paolo dichiara oggi ad un giornale del Brasile: “Lo scopo principale della manifestazione è la questione dei 300 euro. Questo risolverebbe non solo il problema della ‘fila’ ma anche tantissime altre cose”. Vedo con piacere che alla fine anche loro si sono convinti che è questa l’unica strada per risolvere il problema. Se è così, dobbiamo tutti mobilitarci per raggiungere lo stesso obiettivo.

Di recente una sua collega eletta all’estero è finita sul Corriere della Sera tra i parlamentari “voltagabbana” che detengono il record dei cambi di casacca. C’è chi parla ancora di “mercato delle vacche” in Parlamento. Lei cosa pensa di chi eletto con un partito cambia percorso durante la legislatura? Sarebbe a favore del vincolo di mandato o è giusto che un deputato o un senatore abbiano la possibilità di decidere in autonomia?

Il vincolo di mandato è sancito dalla Costituzione, a tutela della libertà di pensiero e di azione di noi parlamentari. Siamo fortunatamente eletti con le preferenze e devono essere gli elettori, e solo loro, a giudicare se abbiamo onorato il mandato che ci hanno affidato o no.

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