“Chiusi per indignazione”. Vetrine spente, serrande abbassate, una serrata “Fate schifo”, la frase urlata su Twitter. La risposta di Dolce&Gabbana, griffe italiana della moda famosa nel mondo, il made in Italy, l’Italian style esportato in ogni angolo del pianeta. I negozi della coppia di stilisti. Una frase dura, pesante, gonfia di livore in risposta ad una battuta scomposta e ingiustificabile dell’assessore al Comune di Milano, D’Alfonso. “Il Comune non dovrebbe dare spazi a marchi condannati per evasione”. Parole che hanno scatenato un putiferio e quel “fate schifo” che divide Milano. Il sindaco Pisapia ha provato a mediare, definendo l’intervento del suo assessore, pubblicato da Il Giornale e Il Giorno, “un commento improvvido, ma ingenerosa la reazione di Gabbana”. Scuse parziali che non vengono ritenute sufficienti dai titolari del marchio. D&G ha chiuso per tre giorni, da venerdì mattina. I negozi Dolce&Gabbana riaprono oggi. La Giunta di Milano ha tentato di abbassare i toni, ma gli stilisti non hanno ascoltato ragioni. Offesi dalle parole dell’assessore, hanno mantenuto il punto e il puntiglio: non riaperti i negozi nel week end. Hanno comprato due pagine sui giornali per difendersi dall’accusa di evasione fiscale. Gli animalisti hanno organizzato un blitz davanti alle vetrine di Dolce&Gabbana, in Corso Venezia. Dove si è registrato un allarme bomba, rientrato nel giro di un paio di ore. Un sacco nero e dentro alcuni giornali. Allarme a parte, questa sì una piccola cosa, persiste lo scontro. Una linea dura, alimentata dall’intransigenza dei titolari del prestigioso marchio e dalle dichiarazioni dei politici di centrodestra. Le diplomazie sono comunque al lavoro. Il sindaco Pisapia incontrerà mercoledì i vertici della Camera della moda. Carmela Rossa, assessore ai Lavori pubblici, ha scritto una lettera al quotidiano L’Unità. “Proviamo a recuperare serenità e il ruolo che la moda riveste a Milano alla luce di una battuta infelice. Il giusto richiamo alla correttezza fiscale non deve far dimenticare la presunzione d’innocenza”. Vicenda chiusa per l’assessore Cristina Tajani. “Facciamo sistema per rispondere alla sfida lanciata da Parigi e New Tork al primato milanese, non elitario e patinato, ma fatto di fatica e genialità”.
Indignata con l’incauto assessore, Dolce&Gabbana ha chiuso tutto: i negozi, i ristoranti, i bar, l’edicola. Una protesta ferma contro le indagini della Guardia di Finanza e le sentenze di condanna in primo grado del Tribunale, provocate dalle dichiarazione dell’assessore al Commercio, Franco D’Alfonso. “Come Comune, non dovremmo concedere spazi pubblici a marchi condannati per evasione”. I due stilisti assicurano che si tratta di “spazi mai richiesti”. La campagna contro il Comune è di un’asprezza unica. I toni sono alti, nonostante il sindaco Pisapia stia tentando di raffreddare la situazione. Dolce&Gabbana ha solidarietà della destra, attraverso le voci di Formigoni, Santanchè, De Corato, Aprea, Melazzani. “I politici si sostituiscono alla magistratura, non dovrebbe accadere mai”, è l’attacco di Stefano Boeri all’assessore Franco D’Alfonso. Ma non tutti sono portatori di questa tesi; altri provano a non farsi aggredire dall’aspetto emozionale della vicenda. David Gentile, presidente della commissione Antimafia di Milano.
“Caro Stefano, si discute di danni all’evasione”. Conclusione con un punto di domanda, un quesito che chiederebbe un risposta chiara, illuminante. Soprattutto onesta, se è ancora lecito parlare di onestà e chiarezza in Italia.
I maligni vanno molto al di là. Intravvedono nella serrata dei negozi Dolce&Gabbana a Milano significati che sfuggono all’osservazione superficiale. Gli indignati picchiano duro il tasto. “Stanno facendo un’operazione di marketing”. Testa e cervello, è tutta una questione di scelta e, di conseguenza, di rischi da provare e affrontare, rischi da correre, perché “non è possibile limitarsi alla ricerca solo dei paradisi fiscali”. Si schiera anche l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini. “È stato commesso un grave errore che fa male a Milano. L’assessore è incappato in un abuso d’ufficio: non sta a lui stabilire chi è buono e chi è cattivo”. Gabriele Albertini, in qualità di sindaco, si rese protagonista di un singolare, curioso episodio. La sfilata in mutande nelle strade di Milano, indossando le ciabatte di Dolce&Gabbana. “Ritenevo ogni strumento buono per valorizzare il settore della Moda. Io, gli strumenti possibili, li ho usati tutti”. Fu lui ad istituire l’assessorato alla Moda. “Un settore che per la città rappresenta una ricchezza inestimabile. Ancora oggi, non può essere sfregiata con una battuta così inopportuna e definitiva. Siamo davanti ad una sentenza di primo grado, in una situazione intricata: è stata data una pena accessoria e io mi chiedo a quale titolo e con quale autorità lo abbia fatto. Non vedo perché si debba negare uno spazio a Dolce&gGabbana”. Albertini in mutande incuriosì il togato Newsweek, che gli dedicò una pagina. Se ne giovò anche la città della moda. L’infelice uscita dell’assessore ha messo in cattiva luce la città e la moda. Milano incredula, sconcertata, divisa. Le serrande abbassate non sono mai un buon segno.
































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