La cucina italiana, da poco riconosciuta come patrimonio immateriale dell’umanità tutelato dall’Unesco, non è mai stata così popolare nel mondo. È amata, cercata, imitata. Secondo i dati della Federazione Italiana Pubblici Esercizi, esistono oggi circa 600mila ristoranti che si definiscono italiani sparsi nei cinque continenti.
Un numero impressionante, che restituisce l’immagine di una presenza capillare, quasi onnipresente. Eppure, dietro questa etichetta rassicurante, spesso l’Italia resta confinata all’insegna.
Le stime indicano infatti che solo una piccola percentuale di questi locali può dirsi davvero autentica, rispettando criteri minimi come chef italiano, proprietà o gestione italiana, utilizzo documentato di ingredienti provenienti dall’Italia. Tutto il resto rientra nella categoria, ormai inflazionata, dell’Italian Sounding: un sistema di nomi, simboli, colori e suggestioni che evocano il Belpaese senza avere alcun legame reale con esso.
Un fenomeno che vale oltre 100 miliardi di euro l’anno e che non si limita a falsare il mercato.
L’Italian Sounding contribuisce infatti a ridefinire al ribasso l’idea stessa di cucina italiana nel mondo, producendo effetti diretti sull’export agroalimentare e sulla fiducia dei consumatori.
Il paradosso è evidente. La cucina italiana è oggi la più diffusa e richiesta a livello globale, con un mercato che supera i 228 miliardi di euro e continua a crescere. Ma questa espansione non è accompagnata da regole condivise, standard riconoscibili o strumenti di tutela efficaci.
Sulle principali piattaforme digitali, da Google Maps a TripAdvisor, la distinzione tra autentico e imitazione semplicemente non esiste. Basta una bandiera tricolore, un menu tradotto e qualche riferimento stereotipato per essere classificati come ristorante italiano.
È proprio da questa zona grigia che nasce Real Italian Restaurants, una piattaforma digitale pensata per attestare l’autenticità dei ristoranti italiani all’estero attraverso un processo strutturato, trasparente e verificabile. L’idea prende forma dall’esperienza diretta del fondatore, Orazio Salvini, che dopo l’ennesima cena italiana fuori dai confini nazionali ha incrociato percezioni e dati: le ricerche online di ristoranti italiani sono altissime, ma l’offerta è dominata da locali che dell’Italia conservano solo il nome.
Difendere il vero Made in Italy non è solo una battaglia commerciale: è una questione culturale, identitaria ed economica. Significa proteggere il valore del lavoro italiano, la qualità delle filiere produttive, la reputazione internazionale del Paese.
Per farlo serve un investimento strutturale nella difesa e nella promozione dell’autenticità, che coinvolga istituzioni, imprese, associazioni di categoria e soprattutto la straordinaria rete degli italiani nel mondo.
Le comunità italiane all’estero e le associazioni italiane nel mondo rappresentano un presidio naturale di credibilità, conoscenza e radicamento territoriale che può diventare un alleato decisivo nella certificazione e valorizzazione del vero Made in Italy.
Trasformare questa rete in una leva strategica significa non solo contrastare la contraffazione, ma rafforzare la presenza italiana nel mondo in modo sano, riconoscibile e sostenibile, restituendo valore a ciò che rende davvero unica la nostra cucina: la sua autenticità.































