Un’udienza pubblica si è tenuta la mattina di mercoledì 11 marzo, davanti alla Corte costituzionale chiamata a pronunciarsi sulle nuove disposizioni, inserite nel decreto convertito definitivamente in legge dal Parlamento lo scorso maggio, che hanno introdotto un giro di vite sul riconoscimento della Cittadinanza italiana ai discendenti degli emigrati all’estero.
Stiamo parlando, i lettori di ItaliaChiamaItalia lo sanno bene, del famigerato decreto Tajani, il cosiddetto “decreto della vergogna”.
Le norme intervengono in maniera rilevante sul meccanismo di attribuzione della Cittadinanza basato sul principio dello iure sanguinis.
Relatore del caso è stato il giudice Giovanni Pitruzzella.
A investire la Consulta della questione è stato il tribunale di Torino, nell’ambito di un procedimento che coinvolge alcuni cittadini venezuelani discendenti da un emigrato italiano.
I magistrati piemontesi hanno sollevato dubbi di legittimità costituzionale in relazione agli articoli 2, 3 e 117 della Costituzione, richiamando anche il diritto dell’Unione europea e gli strumenti internazionali di tutela dei diritti umani.
Secondo quanto riportato nell’ordinanza di rimessione, la disciplina introdotta dal decreto potrebbe risultare “costituzionalmente illegittima nella parte in cui attribuisce effetti retroattivi alle limitazioni dello status di Cittadinanza, collocandoli in un periodo precedente all’entrata in vigore della legge”.
Nel corso dell’udienza a Palazzo della Consulta, l’avvocato Giovanni Bonato, tra i difensori dei cittadini venezuelani coinvolti nel procedimento, ha criticato duramente la normativa.
“Una fredda e ingiusta tagliola temporale retroattiva”, ha affermato il legale nel suo intervento davanti ai giudici costituzionali.
Bonato ha poi insistito sulla questione della retroattività della misura: “La retroattività del decreto è irragionevole e sproporzionata”, ha sostenuto durante l’arringa, aggiungendo che nel panorama europeo “non esistono casi di perdita automatica retroattiva come quella prevista dal decreto italiano. Questo decreto costituisce una pericolosa anomalia all’interno dell’Unione”.
Dall’altra parte, la norma sulla cittadinanza per discendenza “non può essere considerata come discriminatoria, ma si basa sul venir meno di un legame effettivo tra ricorrenti e Stato italiano”: lo ha detto l’avvocato dello Stato Lorenzo D’Ascia in udienza davanti alla Consulta parlando delle nuove norme sulla cittadinanza.
“Lo status di cittadino prevede una serie di diritti e doveri – ha aggiunto -. Il fatto che non sia maturato questo diritto, in quanto non presentata la domanda di riconoscimento, ci porta a dire che non può considerarsi una norma retroattiva, perché non è andata a toccare diritti già acquisiti”.
Per l’Avvocatura dello Stato, “il passare del tempo dall’ondata migratoria di fine 800 vede ora questo legame di sangue affievolito, se non neutralizzato dal passare del tempo, dal possesso di un’altra cittadinanza” e dal fatto che “i discendenti da quell’avo italiano non hanno mai esercitato la facoltà di vedere riconosciuta” la cittadinanza.
“La scelta del legislatore di apportare le modifiche di cui si discute oggi non solo è ragionevole, ma era necessaria – ha sottolineato – perché risponde a una esigenza sopravvenuta e ormai aggravatesi nel corso degli anni”.
Poi ha snocciolato alcuni dati: “L’obiettivo è di non aggravare una situazione che vedeva già alla fine del 2024 un numero di cittadini italiani nati all’estero e residenti all’estero superiore ai 5 milioni e un rischio di espansione di questa platea incalcolabile. Abbiamo stimato un rischio di 60 milioni di potenziali richiedenti”.
“Questo giustifica la scelta di impedire da subito, senza periodi transitori, che questa formazione del popolo continuasse ad avvenire secondo modalità irragionevoli e distorsive” ha sottolineato.
La decisione della Corte costituzionale è attesa nei prossimi mesi.































