Tre passi nel cinema perso del 2011 – di Carlo Di Stanislao

Un esperto di cinema sosteneva che la fascia di pubblico che manca nelle sale cinematografiche è quella tra i 14 e i 20 anni. Questi spettatori, secondo lui, sono quelli che decretano il successo dei film di Checco Zalone o dei “Soliti Idioti” o di “Twilight”  e che, di contro, non vanno a vedere altri film più impegnativi. Ma il problema, io credo, sia anche distributivo.  Molte volte è accaduto che un prodotto mediocre abbia avuto un grande successo, a seguito di organizzate operazioni di marketing, comprendenti il merchandising, il lancio pubblicitario e la stessa confezione, ovvero come il film viene presentato, per mezzo di  trailer azzeccati. Inoltre c’è anche il problema aggiuntivo della visione in streaming e sull’iPod, perché i giovani non sopportano  il purgatorio che precede ogni film, fatto di oltre mezz’ora di pubblicità, trailer, annunci, spot e messaggi più o meno subliminali di locali notturni o pasticcerie. Inoltre, molte sale sono state costruite frettolosamente e con pochi soldi, anche se, dopo Guerre stellari, George Lucas aveva dimostrato che un fìlm commerciale, sostenuto da una forte campagna pubblicitaria in tv, poteva uscire simultaneamente in tutto il paese e attirare enormi folle di spettatori, già nel primo weekend.  

Scrive David Dalby, uno dei maggiori esperti contemporanei, che al momento gli investimenti più intelligenti si fanno sui budget piccoli, con  imprenditori che  hanno cominciato a fare affari non con gli studio, ma con i produttori di successo come Joel Silver e con i registi-produttori come Ivan Reitman. I soldi sono destinati a film di genere – thriller, commedie e horror – che rientrano nella categoria dei piccoli budget (circa venti milioni di dollari) ed alcuni diventano “eventi irripetibili”, con investimenti così relativamente piccoli da permettere ai produttori di usare sceneggiatori e registi pronti a osare qualcosa di più, proprio come facevano sessant’anni fa i registi di serie B, faticando in silenzio e nell’ombra (si pensa, ad esempio, a Roger Corman). Ma i film fatti in fretta e con pochi soldi avranno sempre bisogno dei grandi studios per la distribuzione e il marketing, anche se con la completa affermazione del digitale non sarà più così. E siccome la distribuzione è la chiave per la libertà, in futuro produttori, registi e sceneggiatori si libereranno degli studios, formando delle cooperative capaci di pagarsi una distribuzione e una promozione che faccia arrivare i film direttamente nelle sale.

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