Marcinelle, per una nuova primavera per il lavoro – di Gianni Farina

Il massacro di Aigues Mortes, alle saline di Fangousse, presso Marsiglia, nell’agosto del 1893; Monongah, nella Virginia occidentale, il 6 dicembre del 1907; Dawson, nel New Messico, il 22 ottobre del 1913; Marcinelle, in Vallonìa, l’8 agosto del 1956: 543 minatori italiani persero la vita nel buio delle miniere, vittime di infernali esplosioni, generalmente dovute ad ogni e qualsiasi mancanza dei più elementari sistemi di sicurezza. Altri cinquecento caduti erano di tante e diverse nazionalità a testimonianza di un sacrificio collettivo della parte di una umanità disperata, umiliata e sconfitta.

Tutti assieme, miserabili e senza voce: 136 Italiani, 95 Belgi, 8 Polacchi, 6 Greci, 5 Tedeschi, 3 Ungheresi, 3 Algerini, 2 Francesi, 1 Britannico, 1 Olandese, 1 Russo e 1 Ucraino, nel disastro di Marcinelle: l’Unione europea profetica dei grandi visionari del secolo diciannovesimo.
 
Sopravvivere alla miseria E soprattutto noi, rappresentanti di un’Italia che scelse la via del mondo per sopravvivere alla miseria, dovremmo visitare, quando la memoria vacilla, i monumenti agli eroi caduti sul lavoro di Manoppello in Abruzzo, dove qualche giorno fa la principessa belga Astrid insieme all’ex premier Elio Di Rupo, abruzzese di nascita, ha partecipato alla commemorazione, e San Giovanni in Fiore in Calabria. Osservare la commozione dei loro cittadini di fronte alla stele che ricorda i loro caduti: il segno della croce per chi crede, il comportamento teso e silenzioso di tutti nel mentre posano una rosa scarlatta bagnata dal pianto a imperituro ricordo.
 
“Germinal”, di Emile Zola Tra il 1946 e il ‘66, venti anni, oltre 900 minatori perirono in incidenti nelle miniere di carbone dell’Europa del nord. Uno sconosciuto stillicidio di sangue al mostro delle tenebre annidato tra gli oscuri cunicoli scavati laggiù, nel centro della terra. Eppure, ogni giorno, o settimana e mese, da qualche parte di un modesto villaggio, In Italia o nelle terre del nord, una donna, attorniata dai pargoli privati del padre, la loro stella polare, ha pianto il suo uomo scomparso nell’attacco al grisou. Altre migliaia scomparvero in gioventù, attaccati dal male sottile, la miscela assassina che impregnava i polmoni sino a togliere la voglia di un forte respiro.

Alcuni osarono ribellarsi al destino segnato, come accadde nel nord della Francia, tra Villerupt e Lille, nei grandi scioperi delle miniere del quinquennio 1860-65 pagando un prezzo di sangue durissimo. E nessuno ha mai saputo spiegare quale fosse stato il destino più buio, tra la morte o una simile vita.

Ci provò, per la verità, Emile Zola, a raccontare in “Germinal” – un’opera che rileggerò – quale fosse la sorte dei senza speranza di quel secolo. E fu poi la maestria di Gérard Depardieu a immortalare la storia del protagonista nel film di Claude Berri.
 
La storia del nostro popolo La speranza dei moti rivoluzionari svanita nel nulla della repressione e della sconfitta. Dentro le vicende di secoli d’emigrazione spiccano le storie del sacrificio e del lavoro italiani nel mondo. L’ultimo avvenne lassù, oltre i duemila metri del lago di Mattmark, il 30 agosto del 1965. La vendetta del ghiacciaio dell’Allalin si prese 88 lavoratori addetti alla costruzione della diga, di cui 56 italiani. L’emigrazione italiana, popolo di una terra ingrata, esiste da secoli.  È la storia di un popolo che ha appreso la ricchezza dell’incontro per progredire assieme. Fummo assunti nelle terre della Vallonìa per alcuni chili di carbone da fornire all’Italia misera e derelitta del primo dopoguerra.

Marcinelle, con i rintocchi della campanella in ricordo delle 262 vittime ci ha indicato un nuovo cammino. Perché non dovessimo più far visita al vecchio emigrato avvinto alla bombola a ossigeno, sorella del suo ultimo scorcio di vita. Sognava di tornare, anche per un solo giorno, al villaggio natio il vecchio muso nero, come Lui amava definirsi. Le polveri sottili del grisou lo accompagnarono una notte nel giardino dei giusti e degli eroi del lavoro senza che il suo desiderio fosse esaudito. Altri, inarrendevoli e tenaci, hanno continuato l’impegno per condizioni di lavoro più giuste e umane.
 
Una nuova primavera per il lavoro Vorremmo dare un nostro contributo per creare, assieme, la grande nazione europea partendo dalle ragioni di quel tempo: la dignità, la convivenza e la solidarietà verso i nuovi miserabili che bussano alla nostra casa comune. Filippo Turati e Jean Jaurès, i grandi del socialismo dell’800-900, nel vacillare della fiducia, pensavano all’umanità. L’umanità degli sconfitti di Marcinelle che gettarono il seme della speranza. “Germinal”: l’inizio di una nuova primavera per il lavoro italiano in Europa e nel mondo.

*deputato Pd eletto nella ripartizione estera Europa

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