Italiani all’estero e crisi economica – di Gerolamo De Palma

L’America ottima protezionista, nonché causa lampante del disagio economico mondiale, mette in atto da sempre politiche volte a indebitare, se proprio costretta, il paese all’interno del settore industriale nazionale oltre che bancario, così da non disperdere i capitali nazionali all’estero; la Germania, da pochi anni, ha ripreso a coniare le sue vecchie banconote in attesa di divenire la prima potenza europea, sperando, con partecipazione di causa, nella possibile inversione dell’euro verso la riattivazione delle monete nazionali precedenti ed utilizzate dai ventisette paesi comunitari. L’Italia, messa nel mirino dei cecchini oltreconfine, cerca soluzioni accettabili alla crisi nazionale erroneamente, irresponsabilmente, ingiustamente attribuita al Presidente eletto dal popolo, Silvio Berlusconi e alla nutrita lista dei suoi collaboratori posizionati strategicamente nel Paese attraverso il Popolo delle Libertà creato dal Cavaliere e anche grazie al Movimento delle Libertà di Massimo Romagnoli, che lavora con gli italiani nel mondo. Per non parlare della Francia, nostra diretta rivale storica in moltissimi settori dell’economia e non certo interessata alla nostra sana crescita.

Tutti dobbiamo contribuire, come se fossimo un gruppo unico suddiviso non per regioni ma unito per il futuro del popolo sovrano, muovendoci e pensando come uniche entità a sè stanti, con operosità verso la crescita, le formiche operaie di color verde bianco e rosso, attuando in Italia una politica più protezionista, sorretta dal popolo dei consumatori e fortemente spinta dai media, una politica indiscutibilmente positiva, del resto tanto utilizzata nei paesi di lingua tedesca e inglese e nella neutrale Svizzera, un accerchiamento geografico a cui nessuno aveva fatto caso mentre negli ultimi dieci anni si impoverivano le nostre casse statali nonostante gli sforzi del Governo di centrodestra. Una strategia magari involontaria o non, ma sicuramente efficace.

Mi permetto di far notare che le aziende in generale considerano il valore aggiunto sui propri prodotti in vendita come un bisogno aziendale proveniente dal bilancio dell’anno precedente: secondo questo concetto basilare, se si è venduto di più si aumenta il valore aggiunto su quel prodotto perché piace ai consumatori, poichè il bilancio deve obbligatoriamente aumentare, ma allora mi chiedo dato che l’azienda ha capito che il suo prodotto piace a molti e considerato anche che il bilancio è in crescita, non sarebbe il caso di permettere anche a chi non poteva acquistarlo di poterlo comprare per allargare il mercato verso il basso e non solo come da 40 anni accade per esasperare le tasche? Non apporterebbe più occupazione per ovvie conseguenze di maggiore produzione, maggiori profitti e sicuramente un’ottimale ottimizzazione delle risorse povere mondiali e della loro dislocazione sociale?

Immaginiamo di possedere un panificio, una azienda di frutta fresca o una ditta di prodotti in scatola,  che ha venduto molto nel 2012, e che quindi decide di abbassare leggermente il prezzo dello stesso prodotto per il 2013: allora sì che la crescita verrebbe stimolata, imponendo sempre più concorrenza al mercato delle importazioni e spingendo la domanda verso prodotti nazionali interamente garantiti dall’alta qualità italiana, richiesti con continuità, e proteggendo così le aziende medie e piccole che rappresentano sicuramente la stragrande maggioranza esistente sul territorio nazionale, dando garanzie certe sulla provenienza lecita e sulla sicurezza accertata dei prodotti in vendita fatti da aziende italiane dislocate in tutta Italia. La teoria secondo cui il mercato va sollecitato quando è in crisi non funziona più, il mercato produce tanto, inquina tantissimo, e non vende tutto dovendo poi, ancora, pagare il conto ambientale per lo smaltimento di ciò che è rimasto invenduto.

Purtroppo gli stipendi non sono proporzionati al costo della vita e l’aumento compulsivo dei prodotti più utilizzati spegne lentamente la già fragile fiamma del potere d’acquisto di famiglie e operai, anziani e disoccupati, per non parlare dell’eredità non certo ricca che stiamo lasciamo alle prossime generazioni.

Il ritorno a una produzione nazionale corretta rivolta verso il Paese con costi in progressiva diminuzione sostenuta dagli italiani residenti in Italia e all’estero apporterebbe subito una scossa di adrenalina sul bilancio delle sole aziende italiane, recuperando in parte gli errori commessi da una globalizzazione svenduta velocemente senza aver reso consapevoli gli italiani degli effetti negativi provenienti da paesi emergenti e molto competitivi come Cina, India e America meridionale, cui poi si sono aggiunti gli effetti negativi dei mutui americani, della speculazione mondiale sull’euro, dell’insicurezza attribuita al Governo Berlusconi che ha creato il grande divario con i titoli nazionali tedeschi.

Il solo modo per salvarci, escludendo una tassazione forsennata, sarà nelle mani come sempre del popolo e degli imprenditori italiani disposti ad aiutarsi reciprocamente per vivere meglio tutti. Come dire, il troppo stona, ma addirittura così si sta uccidendo la nostra la democrazia.

Gerolamo De Palma*
*Coordinatore MdL Lugano

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