Guerra alla droga, ecco dove ha portato il proibizionismo

“War on drugs” l’aveva chiamata l’ex-presidente Usa Richard Nixon quando, durante il suo mandato, lanciò una offensiva militare e di intelligence come non mai per stroncare i traffici di droghe; essenzialmente, nel suo caso, con gli Usa come principale luogo di interesse e destinazione di tutte le possibili e immaginabili criminalità organizzate del mondo. La “war on drugs” è diventata famosa per essere stata, e per continuare ad essere, una delle più fallimentari operazioni per dissuadere produttori, commercianti e consumatori di droghe illegali. Morti fisiche ed istituzionali, in ogni parte del Globo, sono lo strascico di questa guerra a cui, volenti o nolenti, hanno partecipato e continuano a partecipare quasi tutti gli Stati del mondo. Oggi sembra che il vento stia un po’ per cambiare, grazie soprattutto ai cambiamenti radicali in alcuni Stati degli States, in alcuni Paesi sudamericani e alcuni Stati europei. Ma siamo ancora in alto mare.

Il nodo sono gli accordi internazionali siglati in sede Onu, plasmati su logica e filosofia della “war on drugs”, accordi che impediscono ad ogni Stato membro di fare da sè, se non presumibilmente violando questi accordi, come in diversi dicono, per esempio, per l’Uruguay (primo Stato sovrano in assoluto ad avere legalizzato le droghe). Bisognerà attendere le specifiche sessioni Onu del 2016 per vedere se qualcosa si modificherà.

Intanto la guerra continua, anche se alcuni tenaci assertori della validità della “war on drugs” minimizzano e continuano imperterriti, forti – secondo loro – del fatto che non si tratti di una guerra, ma dell’applicazione, per ogni Stato, delle proprie leggi sovrane.

Proprio in questi ultimi giorni e settimane, il Messico (uno dei Paesi maggiormente dilaniati dalla “war on drugs”) ha catturato i boss di cartelli criminali come i Cavalieri Templari e i Los Zetas, e mentre queste catture erano sulle pagine di tutti i media mondiali, sulle stesse pagine si faceva poco caso al fatto che queste catture non avrebbero per niente modificato l’attività e l’organizzazione di questi cartelli, talmente radicati nel tessuto economico, sociale e culturale del Messico, nonchè nelle economie transnazionali, che ogni “grande operazione delle forze di sicurezza” interne, magari con tanti di supporto e guida da parte di agenzie Usa come DEA e CIA, per loro era solo come un pizzico di zanzara.

Non è questa una guerra? Il Governo dell’Australia, ha proprio oggi chiesto all’Indonesia di fare uno scambio di prigionieri: due cittadini australiani condannati a morte in Indonesia per traffico di droghe e prossimi all’esecuzione, in cambio di cittadini indonesiani che sono nelle prigioni di Canberra per lo stesso motivo (l’Indonesia, per ora, ha detto che proprio non se ne parla). L’Australia e’ fortemente contraria alla pena di morte e – chapeau! – lo sta dimostrando. Ma lo scambio di prigionieri non è un tipico atto di Paesi in guerra tra loro? E la guerra in atto non ha proprio niente a che fare con la “war on drugs”?

Aggiungiamo a questo le estradizioni a go-go che ci sono tra Usa e vari Paesi dell’America Latina (Messico, soprattutto), le richieste in questo senso che giungono anche all’Italia per i nostri criminali organizzati nelle nostrane sigle mafiose dedite anche al narcotraffico. E poi ci sarebbe l’Africa, soprattutto quella nord-occidentale, ormai principale hub del narcotraffico tra America Latina ed Europa. E quelle che una volta si chiamavano “vie della seta”, che invece oggi dall’Oriente portano fiumi di droghe con origine essenzialmente Afghanistan, dove le truppe della forza multinazionale stanno andando via dopo aver fallito (anche per sottovalutazione) nello specifico “oppio/eroina”. E poi, e poi… ci fermiamo.

Non è questa una guerra? Siamo estremisti se evidenziamo che tutti gli Stati ci sembrano oggi un po’ impreparati a questa guerra (anche perchè non la considerano tale) e che, a parte i soliti sistemi della “war on drugs”, stanno facendo poco? Certo, qualcuno in Usa ed Europa si sta muovendo in diversa direzione… ma mentre questi “si muovono”, ci sono gli scambi di prigionieri, i morti che lastricano le strade, le istituzioni che vanno a ramengo e la maggior parte dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo che stanno oggi inserendosi a pieno titolo tra i carnefici (dopo che sono stati e continuano ad essere vittime) della “war on drugs”. C’entra questo con gli spinelli che i nostri ragazzi si fanno a scuola per poi essere cuccati dai cani antidroga? Saremmo curiosi di sentire le ragioni di chi dice che non c’entra.

*presidente Aduc/Associazione per i diritti degli utenti e consumatori

NESSUN COMMENTO

Comments