La data del referendum sulla giustizia si avvicina e il copione è sempre lo stesso: giornali, televisioni, siti e social sono pieni di appelli, analisi, allarmi e prese di posizione. Da una parte il Sì, dall’altra il No.
Personalmente non vedo alcuna ragione seria per votare No. Le obiezioni dei contrari alla riforma sono deboli, spesso contraddittorie e quasi sempre fondate su presupposti sbagliati – o ideologici. Ma soprattutto sono ipocrite.
Basta avere un minimo di memoria. Per anni una larga parte della sinistra italiana – politici, giornalisti, intellettuali e persino magistrati — ha ripetuto che la giustizia andava riformata e che la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri era una necessità. Lo hanno detto, scritto, spiegato nei convegni e nei dibattiti televisivi.
Oggi però quelle stesse persone sembrano aver cambiato idea. Perché? La risposta è semplice: a Palazzo Chigi c’è Giorgia Meloni. E per una certa sinistra questo basta e avanza. Se la riforma la propone lei, allora diventa improvvisamente sbagliata, pericolosa, persino antidemocratica.
È così che il dibattito sul merito è stato scientemente trasformato in uno scontro politico. Non si discute più della riforma, ma del governo. Non si parla più della giustizia, ma di come colpire Giorgia Meloni. Il referendum diventa quindi l’ennesimo terreno di battaglia ideologica.
Eppure la realtà è molto meno drammatica di quanto qualcuno vorrebbe far credere. Qualunque sia l’esito del referendum, il governo continuerà a governare e non ci sarà alcun terremoto istituzionale. Palazzo Chigi non crollerà e l’Italia non entrerà in una crisi democratica. Semplicemente si deciderà se compiere oppure no un passo avanti verso una giustizia più equilibrata.
Per quanto mi riguarda, voterò convintamente Sì.
Non lo farò solo perché dall’altra parte della barricata ci sono figure come Romano Prodi, Pier Luigi Bersani, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni — anche se ammetto che già questo potrebbe essere un buon motivo.
Lo farò soprattutto perché la separazione delle carriere è una riforma di buon senso. In ogni sistema democratico maturo chi accusa e chi giudica devono avere percorsi distinti. È una garanzia per i cittadini prima ancora che per gli imputati.
E poi c’è un altro fatto che spesso viene dimenticato: questa riforma non nasce oggi. È stata già votata ben quattro volte dal Parlamento, cioè dai rappresentanti eletti dal popolo italiano. Non si tratta quindi di un colpo di mano, ma del punto di arrivo di un dibattito che dura da oltre trent’anni.
Dopo tre decenni di discussioni, le ragioni del Sì sono chiare. Eppure bisogna continuare a ripeterle, perché pur di infliggere una sconfitta politica a Giorgia Meloni c’è chi è disposto a raccontare qualsiasi cosa, anche a costo di bloccare una riforma che può rafforzare la credibilità dell’Italia e rendere il nostro sistema giudiziario più moderno.
Infine permettetemi una nota personale. Da vecchio berlusconiano – perché al cuor non si comanda -, che però oggi fa fatica a riconoscersi in Forza Italia così come negli altri partiti, voterò Sì anche in memoria di Silvio Berlusconi. La separazione delle carriere è stata per decenni una sua battaglia politica e culturale. Una battaglia combattuta spesso in solitudine, tra attacchi politici e processi infiniti.
Anche per questo motivo, nel ricordo del Cavaliere e senza dimenticare la lunga persecuzione giudiziaria che ha dovuto affrontare, sulla scheda elettorale traccerò una bella X sul Sì.






























