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                  L’ANALISI DI DARIO RIVOLTA | Politica commerciale e finanziaria di Trump

                  Una situazione economica e finanziaria così malmessa spiega la politica commerciale e finanziaria di Trump nel secondo mandato

                  di Dario Rivolta
                  giovedì 11 Settembre 2025
                  in L'OPINIONE
                  Trump è di nuovo presidente USA | Diritti d'autore Evan Vucci/Copyright 2024 The AP. All rights reserved

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                  Gli Stati Uniti vinsero la guerra fredda perché il sistema economico del libero mercato si dimostrò molto più efficiente dell’antagonista comunista e anche le popolazioni di entrambi i blocchi percepivano come molto più attraente il primo sistema rispetto al secondo.

                  Quando l’Unione Sovietica permise ai propri cittadini di vedere nelle loro televisioni programmi come Dallas immaginando che la spregiudicatezza dei rapporti umani dipinti nella serie americana suscitasse indignazione morale ottenne invece l’effetto opposto.

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                  La maggioranza dei telespettatori si convinse che in quel Paese tutti fossero ricchi, magari non esattamente come gli attori della serie, ma comunque più del cittadino sovietico medio.

                  Dopo la firma dell’accordo di Helsinki gli Occidentali tutti si fecero forti di quanto concordato e sottoscritto in merito ai “diritti umani” e divennero più pesanti gli aiuti di vario genere ai gruppi per la democrazia in tutti i Paesi dell’est-Europa.

                  Noi, analisti indipendenti sappiamo bene che la “diffusione della democrazia fu sempre una scusa per gli Stati Uniti per invadere, sovvertire o indebolire Paesi ed economie non di loro gradimento. Così come lo hanno sperimentato sulla propria pelle diversi Paesi del Centro e sud America, dell’Africa e del Medio oriente attraverso guerre dirette, battaglie per procura e operazioni più o meno segrete.

                  Tuttavia, nonostante la praticata ipocrisia, la strategia si dimostrò vincente. Il sistema economico dominato dagli USA aveva facilitato il commercio di tutti i Paesi alleati e avvantaggiò Washington a spese di Mosca ottenendo anche un successo politico interno: i prezzi per i consumatori americani rimasero bassi grazie ai bassi costi dei beni importati e all’inflazione quasi assente per merito del dollaro onnipotente che dominava il mercato mondiale degli scambi.

                  La supremazia americana era quindi evidente e, probabilmente, fu questa sensazione di superiorità che spinse i politici a stelle e strisce a commettere un errore dopo l’altro nella loro politica interna ed estera almeno dal 1999 in poi (di quali errori in politica estera scriverò in un prossimo articolo).

                  Dopo il crollo sovietico, la Russia si trovò in grandi difficoltà e, poiché la logica del liberismo sembrava trionfare definitivamente in tutto il mondo, il russo medio cominciò a guardare proprio agli Stati uniti come un modello cui ispirarsi.

                  Contemporaneamente, sia nelle grandi città che nelle lontane province, si stava perdendo ogni sentimento di identità nazionale. Fu in quel periodo che un intellettuale americano arrivò perfino a scrivere di “Fine della Storia” (salvo ricredersene pochi anni dopo).

                  La Storia, però, non finì affatto e in Russia si fecero avanti gli “oligarchi” arraffoni: mentre i vari ministri che si succedettero applicavano, per quanto potevano, le logiche dettate dagli economisti americani, i più furbi e spregiudicati rubarono a man bassa nelle proprietà che erano state “pubbliche”.

                  Ne derivò un vero disfacimento economico, sociale e politico: città inondate dalla delinquenza violenta, scarsità di prodotti indispensabili, cessione a società straniere di beni strategici, umiliazioni continue sul piano internazionale.

                  Qualche oligarca cominciò allora a preoccuparsi perfino per la stabilità della sua personale ricchezza e pensò a un qualche uomo forte, purché controllabile, che mettesse un po’ di ordine.

                  Eltsin, lui stesso sfiduciato e pure vittima di accuse di corruzione dovute ai malaffari della figlia e del di lei marito, fu convinto da quegli stessi oligarchi a chiamare un ex funzionario del KGB, raccomandatogli anche dall’amico riformatore Sobciak, sindaco di (allora) Leningrado. Il prescelto fu il suo vice-sindaco: Vladimir Vladimirovic Putin.

                  Costui accettò ma fece ben presto capire che non aveva alcuna intenzione di essere la marionetta di alcuno e, man mano, eliminò dalla scena tutti gli oligarchi che non accettavano di assoggettarsi al potere politico ufficiale, cioè a lui stesso.

                  Mentre con il nuovo “zar” la Russia recuperava poco per volta un sentimento di identità nazionale e cercava di riacquistare nella politica internazionale un peso pari alla sua dimensione e alla sua forza militare, gli Stati Uniti cominciarono invece a fare i conti con una situazione finanziaria ed economica non più ottimale.

                  Il sistema della globalizzazione liberista degli scambi commerciali, promosso principalmente proprio dagli USA, aveva creato ricchezza in tutto il mondo occidentale e tra gli alleati ma aveva anche una faccia negativa della medaglia: il crescente indebolimento dell’industria produttiva americana, le basse quote di esportazione (solo l’11% del PIL) sintomo di una bilancia commerciale sempre più deficitaria, un mercato del lavoro elastico ma molto debole, la nascita di possibili concorrenti economici e politici.

                  Inoltre, a partire dagli anni ’80 (così come in tutti i Paesi europei), la classe media che era numericamente esplosa nel dopoguerra iniziò a contrarsi mentre i più ricchi lo diventavano sempre di più e i poveri sempre più poveri. In tutti gli ultimi decenni furono tralasciati gli investimenti nelle infrastrutture nazionali, non si potenziò la sanità pubblica (tuttora irrisoria rispetto all’Europa) e si sottovalutò la necessità di poter contare su prodotti minerari autoctoni sempre più necessari per lo sviluppo tecnologico moderno.

                  Come esempio di scarsa lungimiranza basta ricordare che gli USA dipendono oggi quasi totalmente dalla Cina per prodotti chimici di base, farmaci generici, terre rare e chip di fascia bassa; dal Cile e dal Canada per il rame (rispettivamente 6,21 miliardi e 4 miliardi/anno).

                  Dipendono invece da Canada, Messico e Brasile per l’acciaio (7,14 – 3,5 – 2,99 miliardi di dollari/anno).

                  L’unico settore che ha avuto un importantissimo incremento interno garantendo l’autosufficienza è stato quello energetico grazie alla tecnica dello scisto. Da maggiore importatore di gas e petrolio sino al primo decennio del nostro secolo, gli USA dal 2018 hanno superato l’Arabia Saudita quale primo esportatore mondiale e, tra l’altro, sono con il 45% del totale il primo fornitore dell’Europa.

                  A questo punto, solo come notizia curiosa, è bene sapere che nella prima metà del 2025 le importazioni USA dalla Russia sono aumentate del 32,7% mentre l’export verso quel paese è cresciuto del 20,7%. I prodotti russi coinvolti sono: fertilizzanti, uranio arricchito, platino, motori e turbine per jet, legno e derivati.

                  Due gravi problemi per il bilancio economico degli Stati Uniti sono l’attrattiva mondiale del dollaro in costante ribasso che è passato dal 71% degli scambi mondiali nel 2000 all’attuale meno del 60%., e il livello del debito pubblico e privato.

                  Quanto al dollaro, all’inizio degli anni 2000 la Cina era il maggior possessore di bond statunitensi seguita dal Giappone; da allora il possesso cinese di tali Buoni del Tesoro è sceso costantemente e oggi è solo terza dietro Giappone e Gran Bretagna (Giappone 1.147,6 miliardi di dollari, Cina poco più di 700 miliardi).

                  La situazione debitoria generale è ancora peggiore: il debito pubblico ammonta oggi a trentasei virgola sei trilioni di dollari (36,6.000.000.000.000) cioè il 123% del PIL, cui si aggiunge il debito privato delle famiglie e delle imprese non finanziarie che porta a circa il 150% del PIL (dati IMF per il 2023). Se a ciò si aggiungono i debiti privati delle imprese finanziarie la cifra diventa spaventosa: 351% del PIL.

                  Una situazione economica e finanziaria così malmessa spiega la politica commerciale e finanziaria di Trump nel secondo mandato.

                  Lui ha sentito la necessità di rilanciare la capacità industriale del Paese, riequilibrare la bilancia commerciale aumentando in qualunque modo da lui giudicato possibile le esportazioni, ridurre il prime-rate sul dollaro per abbassare gli interessi sui debiti futuri (da qui la sua battaglia contro la FED), bluffare sul piano internazionale per riaffermare la percezione della supremazia americana, trovare un accordo con Russia dapprima e Cina poi per evitare uno scontro che giudica perdente perché prematuro, vista la situazione.

                  Purtroppo per lui, i suoi modi prepotenti e anti-diplomatici non è affatto detto che gli consentiranno di raggiungere l’obiettivo che si è prefissato.

                  Al contrario, i ricatti pesanti cui sottopone amici e nemici, forte del potere che il suo Paese ancora detiene, potrebbero diventare molto controproducenti nel medio termine e qualche segnale si è cominciato a intravedere.

                  Ad esempio guardando chi ha partecipato alla SCO di Tientsin e alla parata di Pechino. Senza contare i BRICS.

                  Tags: TrumpUsa
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                  IL PUNTO DI MARCO ZACCHERA | Riflessione europea di fine anno

                  lunedì 22 Dicembre 2025

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