Quando ero un giovane neo-laureato ebbi la fortuna di conoscere e di conversare con l’ottimo psicologo-sociale Luigi De Marchi (tra l’altro uno dei fondatori dell’AIED- Associazione Italiana per l’Educazione Demografica).
Avevo letto da poco un suo interessantissimo libro “Psicopolitica”, nel quale analizzava personaggi e argomenti politici sottoponendoli ad un’analisi psicologica per capire le ragioni dei vari comportamenti.
Tra gli argomenti della nostra conversazione ci furono gli effetti destabilizzanti per la società (e per i singoli individui) che derivano dalla sovrappopolazione in aree ristrette. In altre parole: l’eccessiva densità abitativa.
Oltre a un esagerato sfruttamento delle superfici causato dall’inarrestabile cementificazione e dalle difficoltà ambientali originate dallo smaltimento di rifiuti sempre più numerosi, il problema più grave di una concentrazione sproporzionata di esseri umani era la crescente aggressività interpersonale e la disumanizzazione delle relazioni che tendevano a diventare superficiali o assenti.
A un certo punto, alla nostra conversazione si aggiunse un amico del professore, demografo di professione, che mi scioccò sostenendo che il numero ottimale di abitanti in Italia fosse di non più di 25 milioni di persone (all’epoca il nostro Paese aveva circa 50 milioni di residenti, oggi siamo attorno ai 60). Sinceramente mi sembrò un’esagerazione ma, vivendo nell’area più densamente popolata d’Europa, il milanese, non potei che concordare che un controllo delle nascite fosse indispensabile.
Da allora ho sempre ascoltato con un certo sospetto le preoccupazioni ripetute continuatamente nei media in merito alla cosiddetta “crisi demografica”.
È indubbio che, essendoci nei Paesi sviluppati più morti che nascite, l’età media delle popolazioni stia “pericolosamente” crescendo e non sono sordo agli allarmi lanciati contro il rischio che nel futuro medio-lungo potrebbero non esserci abbastanza lavoratori giovani per pagare le pensioni degli anziani.
Così come sono conscio che i costi sanitari per curare i tanti vecchi con le malattie tipiche dell’età non potranno che aumentare.
Tuttavia, non mi convincono coloro che trovano la soluzione insistendo nel sostenere la necessità di “importare” grandi quantità di manodopera dall’estero.
Sono diversi i motivi per cui questa soluzione mi sembra poco convincente e comincio col dire che finora nessuno ha avuto il coraggio di calcolare esattamente la differenza aritmetica tra i contributi pagati dai lavoratori stranieri e i costi che lo Stato deve sostenere per l’assistenza sociale a loro e alle loro famiglie (il ricongiungimento familiare è auspicabile non solo per una questione di umanità, ma anche perché contribuisce a un migliore inserimento nella società che accoglie.
Comunque è un costo economico aggiuntivo). E fin qui parliamo soltanto di chi è venuto per lavorare e ha trovato un’occupazione.
Occorre però aggiungere che i fanatici dell’”accoglienza” (e quei magistrati che pretendono di dettare loro le regole ai governi) si rifiutano di considerare l’enorme dispendio di denaro e i problemi sociali che tutti dobbiamo sopportare a causa di coloro che, arrivati clandestinamente e qui rimasti, lavoreranno in nero o si dedicheranno ad attività molto meno legali.
Una variabile che chi si dispera per la mancanza di manodopera sembra non aver mai considerato è l’impatto che l’Intelligenza Artificiale avrà sempre di più sul mondo del lavoro e sulle quote di occupati.
Uno studio elaborato dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha calcolato che un posto di lavoro su quattro in tutto il mondo è potenzialmente esposto all’intelligenza artificiale generativa. Ottimisticamente, l’ILO suggerisce che tale esposizione vada intesa come potenziale trasformazione delle attività, ma enuncia alcune categorie di lavoratori che potrebbero sparire.
Secondo analisi OCSE e dati specifici per l’Italia, circa 15 milioni di lavoratori (più della metà degli occupati) saranno interessati dall’IA. Di questi, circa 6 milioni sono in ruoli ad alto rischio di sostituzione completa. Una parte significativa dei dipendenti pubblici (circa 12%) sono a rischio sostituzione e oltre il 50% è “altamente esposto”)
Un demografo cinese, Li Jianxin professore all’Università di Pechino, ha affermato che la rivoluzione apportata dai recenti sviluppi dell’informatica ha il potenziale per ridefinire radicalmente la vita, la morte e le strutture familiari, rendendo potenzialmente obsolete le preoccupazioni tradizionali sulla diminuzione della popolazione.
In Cina, nonostante si siano già allarmati per il locale forte calo delle nascite, c’è già chi sta valutando quanti posti di lavoro si potranno perdere negli anni a venire con l’incremento dell’automazione e l’obsolescenza in arrivo per alcune professioni. A noi, dopo la nostra fallimentare esperienza nel farlo, potrà sembrare strano ma a certi livelli hanno cominciato a considerare l’ipotesi di un “reddito di cittadinanza” per i futuri disoccupati.
Un ragionamento come quello qui affrontato potrebbe facilmente essere accusato di “luddismo” e si ripeterà che per quanti posti di lavoro si perderanno, altrettanti se ne troveranno in nuove attività collegate proprio al funzionamento dell’IA Generativa.
Purtroppo nessuno, nemmeno l’ILO (vedi lo studio citato), ne è del tutto convinto e, mentre è ovvio che alcune attività non potranno che restare umane e fisiche, altre e specialmente quelle cognitive e digitalizzabili sarà molto più conveniente affidarle ai computer intelligenti. Il problema della diminuzione delle nascite andrà dunque ripensato alla luce di ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni.
Un fatto che invece è già attuale e di cui perfino i più fanatici ambientalisti sembrano non curarsi è quello che il fenomeno della denatalità appartiene ad alcune aree del mondo e per altre è esattamente il contrario. Costoro si preoccupano per la CO2 causata dagli allevamenti di animali ma cosa dire della popolazione umana che ha raggiunto gli otto miliardi di individui?
Negli anni sessanta del secolo scorso, e quindi circa ottanta anni fa, sul nostro pianeta gli esseri umani erano poco più di tre miliardi ma la crescita è stata vorticosa e molto di più in alcune aree della Terra rispetto ad altre. In Africa, ad esempio, gli abitanti del continente erano 285 milioni nel 1960.
Nel 2000 erano già più di ottocento milioni e ora sono (stime ONU) 1,49 miliardi. Con questo ritmo i demografi considerano che nel 2030 saranno un miliardo e settecento milioni e nel 2050 raggiungeranno i due miliardi e mezzo. Conseguenza: 1 persona su 4 nel mondo nascerà in Africa. Mai nessuno ha avuto il coraggio di dire che, anziché curare dei bambini probabilmente condannati dalla natura, sarebbe meglio fare campagne per il controllo delle nascite e regalare agli adulti degli anticoncezionali? Perché non ne parlano mai quegli ambientalisti sempre pronti ad urlare contro il nostro eccessivo consumo delle risorse della terra? Più abitanti significano più consumi, più rifiuti, più sfruttamento delle materie prime, più inquinamento.
Anche (questo lo dico per gli esaltati del cambiamento climatico di origine antropica) più CO2! Oltre che occuparsi dei problemi futuri della nostra denatalità, perché economisti e sociologi non valutano i problemi presenti che alcune sovra-natalità causeranno alle nostre società?































