In queste settimane il tema degli italiani all’estero è sempre più centrale nel dibattito pubblico italiano, sia per il peso politico che rappresentano nelle consultazioni elettorali, sia per le dinamiche sociali ed economiche che stanno dietro a una nuova ondata di emigrazione, soprattutto giovanile.
In vista del referendum sulla giustizia del 2026, oltre sei milioni di elettori iscritti all’AIRE saranno chiamati a votare, rendendo il voto dall’estero un fattore potenzialmente decisivo per l’esito della consultazione.
Allo stesso tempo, i numeri mostrano che la platea degli italiani residenti fuori dai confini nazionali continua a crescere.
Un caso emblematico è quello della Liguria. Secondo i dati pubblicati da Il Secolo XIX, al primo gennaio 2025 i liguri iscritti all’AIRE erano 184 mila, con un aumento di 27 mila unità negli ultimi cinque anni rispetto ai 157 mila del 2021.
La crescita è costante e riguarda tutte e quattro le province: Genova è passata da 87.804 a 104.849 residenti all’estero, La Spezia da 18.103 a 20.573, Savona da 29.797 a 35.750 e Imperia da 21.997 a 24.463. La percentuale di liguri iscritti all’AIRE è superiore alla media nazionale, pari al 12,2 per cento contro il 10,9 per cento italiano.
Le principali destinazioni di questa nuova emigrazione ligure sono Argentina, Cile, Uruguay, Francia e Spagna. La fascia d’età più rappresentata è quella tra i 18 e i 49 anni, con una distribuzione quasi equilibrata tra uomini e donne. Un fenomeno che riflette una trasformazione profonda del rapporto tra lavoro, mobilità e territorio.
Come ha spiegato il presidente di Confindustria Liguria, Mario Gerini, oggi è molto più diffusa la tendenza a fare esperienze lavorative all’estero anche per lunghi periodi, ma allo stesso tempo esiste un problema strutturale di giovani che lasciano l’Italia per mancanza di opportunità. L’obiettivo, secondo il mondo produttivo, deve essere quello di creare le condizioni per farli rientrare, offrendo prospettive professionali adeguate nei territori di origine.
In questo contesto si inserisce anche il dibattito sulle regole del voto degli italiani all’estero. Il sistema attuale prevede il voto per corrispondenza con invio automatico del plico all’indirizzo estero dell’elettore, ma negli anni sono emerse criticità legate a indirizzi non aggiornati, plichi intercettati da terzi e potenziali irregolarità. Per questo il centrodestra ha chiesto una revisione delle procedure in vista del referendum del 2026, per rafforzare la sicurezza e la trasparenza del voto.
Tra le proposte in discussione c’è il superamento del voto postale a favore del voto in presenza presso ambasciate e consolati, ma questa ipotesi incontra forti ostacoli logistici. Un’alternativa è la cosiddetta opzione inversa, secondo cui l’elettore all’estero deve richiedere attivamente di ricevere la scheda per posta, garantendo così che il plico venga inviato solo a chi intende realmente votare.
La questione non è solo tecnica o procedurale, ma riguarda la qualità della democrazia e il rapporto tra lo Stato e le sue comunità all’estero. Da un lato è necessario garantire che il voto sia libero, personale e non manipolabile; dall’altro è fondamentale non indebolire il diritto di partecipazione di milioni di cittadini che vivono fuori dall’Italia ma continuano a far parte della comunità nazionale.
I numeri dell’emigrazione ligure e italiana mostrano che l’Italia è sempre più un Paese che esporta capitale umano, energie e competenze. Per questo il tema del voto dall’estero, del sostegno agli italiani residenti fuori dai confini e delle politiche di rientro dei giovani non può essere affrontato separatamente. È un unico grande dossier che riguarda il futuro demografico, economico e civile del Paese, e che richiede risposte strutturali, non solo emergenziali.































