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Italiani all’estero, Il dilemma del CGIE – di Silvana Mangione

di ItaliaChiamaItalia
venerdì 05 Agosto 2011
in Italiani all'estero, Scelti
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“Nell’ultima decade di luglio il Consiglio Generale degli Italiani all’estero ha visto fiorire un contraddittorio interno pieno di stimoli, spesso frustrato o frustrante, quasi sempre civile, anche se non privo di colpi in punta di fioretto e di qualche occasionale stoccata”. Silvana Mangione, vicesegretario generale del Cgie, affida a Gente d’Italia -quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia – le sue considerazioni sulle diatribe che stanno caratterizzando il Cgie.

essere positiva. È rinata una diversa volontà di discutere fra le molteplici anime del CGIE: territoriali, elette, nominate, sindacali, di patronato, di informazione, di associazione, di partito e di politica dell’emigrazione. Con tutti i pregi e i difetti, le grandi aperture e gli ancor più grandi limiti che scattano nei casi in cui si fa prevalere l’appartenenza alla “categoria” su quella all’ “organismo”, messo in sempre più grave pericolo dagli opposti egoismi autodistruttivi dei lemmi antichi e nuovi della rappresentanza. Affinché il confronto di idee non si trasformi in contrapposizione di schieramenti, lineari o trasversali che siano, è assolutamente necessario risolvere prima di tutto il dilemma della scelta fra le due filosofie che sono emerse con forza. Esse, infatti, riguardano la natura stessa del CGIE. Dalla scelta dell’una piuttosto che dell’altra conseguono le decisioni sulle iniziative che il CGIE deve intraprendere subito per salvare l’intero paradigma della rappresentanza, senza cedere all’allettante tentazione offerta dalla promessa: mors tua, vita mea, che sembra aver ispirato alcuni Com.It.Es. e alcuni parlamentari eletti all’estero a remare più o meno apertamente contro il Consiglio, voluto ed eletto dai primi e fautore dei secondi. La prima filosofia, centripeta, si rifà al preciso dettame dell’Art. 1bis della legge istitutiva del CGIE, che recita: «Il CGIE è l’organismo di rappresentanza delle comunità italiane all’estero presso tutti gli organismi che pongono in essere politiche che interessano le comunità all’estero». Su questo articolo di legge si fonda quella che chiamerò la “filosofia dei 50”, dal numero dei sottoscrittori della proposta presentata all’unanimità dalla Commissione Continentale Anglofona (al Collega che ha tolto la sua firma se n’è sostituita un’altra). Questi 50 Consiglieri e Consigliere credono fermamente che le decisioni spettino all’Assemblea Plenaria, che deve essere informata con esattezza delle difficoltà di bilancio e delle possibili alternative alla destinazione dei pochi fondi che restano. Visto anche che il Comitato di Presidenza non si riunisce a Roma da febbraio di quest’anno, i firmatari della filosofia dei 50 sono convinti che in un momento di massime ristrettezze economiche, quando sono imposte le più dure rinunce, il CGIE debba sacrificare le riunioni delle Commissioni Continentali all’estero (anche per non essere tacciati di turismo istituzionale) a favore di un’attiva presenza a Roma, consistente in incontri prefissati con i Presidenti delle Camere, i Capigruppo dei partiti al Senato e alla Camera, i Segretari e Presidenti di partito e – se possibile – udienze con il Presidente del Consiglio dei Ministri e con il Presidente della Repubblica. La storia recente ha dimostrato che non bastano i colloqui con gli importanti Comitati parlamentari per gli italiani all’estero, cui partecipano di solito in pochissimi, per lo più eletti all’estero o più sensibili, non sempre favorevolmente, alle questioni dell’emigrazione. Per oltre dieci anni, a partire dal 1992, questo è stato l’operato costante del Consiglio, che ha portato alla riforma del CGIE (1998), alla modifica costituzionale per l’esercizio del diritto di voto e la creazione della circoscrizione estero (2000), alla legge ordinaria sul voto all’estero (2001), alla modifica della legge istitutiva dei Com.It.Es. (2003). Questi risultati concreti non sono certo da buttare via. Val la pena di ricordare che – dopo l’ennesima bocciatura della modifica costituzionale per il voto all’estero – il CGIE convocò nel settembre del 1998 una plenaria straordinaria che si tenne dentro Montecitorio, alla quale invitò i capigruppo di Camera e Senato, che intervennero pressoché tutti. E in soli due anni fu approvata la modifica costituzionale.

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La posizione di altri Consiglieri, che chiamerò “filosofia del decentramento”, privilegia invece la lontananza da Roma, come specifica la comunicazione a prima firma del Vice Segretario per i Consiglieri di nomina governativa: «Riteniamo invece che nelle iniziative continentali sia possibile realizzare un rapporto d’informazione e di coinvolgimento delle diverse Comunità locali e dei Comites, rapporto indispensabile e decisivo per determinare le condizioni per bloccare il disegno del Governo e della maggioranza che lo sostiene. Inoltre le iniziative il più possibile decentrate possono realizzare una sensibilizzazione e una pressione forte sui rappresentanti parlamentari eletti all’estero e sulle autorità diplomatiche che, pur senza poter decidere nel merito, possono esercitare una forte pressione sull’Amministrazione centrale. Naturalmente una forte iniziativa decentrata non si contrappone al ruolo che il Cgie ha giocato e può, anzi deve giocare, in queste settimane e in questi mesi, con un forte impegno unitario com’è stato nel recente passato, anzi lo integra, lo completa e lo rafforza». Anche questa strada è già stata sperimentata, l’anno scorso, quando il CGIE ha anticipato le Commissioni Continentali a Vancouver, Buenos Aires e Francoforte in segno di protesta contro i tagli alle attività per gli italiani all’estero e la pessima legge sulla riforma di Com.It.Es. e CGIE che, per la fattiva testardaggine del suo iniziale proponente e di chi lo appoggia dentro l’attuale governo, continua la sua marcia accelerata ed inesorabile verso l’approvazione. Ma in Italia non se ne accorse nessuno, eccettuato forse per quanto riguarda Francoforte. Infatti, mentre a Francoforte sono potute intervenire: «le rappresentanze dei Comites e delle Associazioni venute dalla Germania, dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Francia, dal Lussemburgo, dall’Olanda, dal Regno unito, dai Paesi Scandinavi, dalla Grecia e dall’Algeria», la fondamentale partecipazione di Com.It.Es., associazioni e giovani, nei lontani Paesi extraeuropei, che insistono su interi Continenti, è resa del tutto impossibile dalle distanze e dai costi che il CGIE o gli stessi interessati non possono coprire. Questa filosofia nacque nel lontano 1995, quando fu costituito il Gruppo di lavoro sulla riforma del CGIE: i Consiglieri europei, in prima linea i futuri parlamentari Sen. Claudio Micheloni e On. Gianni Farina, presentarono allora la proposta della creazione delle Commissioni Continentali, che fu abbracciata da tutti. Ma la loro successiva idea che le Commissioni Continentali dovevano riunirsi quattro volte l’anno all’estero e la Plenaria una sola volta l’anno a Roma fu bocciata dal Consiglio.

Ecco dove le disparità fra le anime territoriali, di cui parlavo prima, si manifestano e si riflettono nel dibattito: i promotori della filosofia del decentramento sono quasi tutti residenti in Italia o molto vicino al centro, hanno quindi un contatto frequentissimo con esponenti di governo e opposizione, da cui discende la loro certezza che nel momento di una scelta netta fra Commissioni Continentali ed una terza Plenaria (anche abbreviata per ragioni di bilancio) si debbano scegliere le prime per sensibilizzare le comunità di Dublino, Lima e Washington, DC. La filosofia dei 50, nel chiedere la plenaria anticipata a Roma, seguita da una breve straordinaria alla fine di novembre, sostiene che il CGIE non deve chiudersi per tre giorni nelle sale del Ministero degli Esteri, ma deve dividersi in delegazioni per andare negli uffici dei politici a Roma, sedersi di fronte alle loro scrivanie e chiarire tanti errori ed incomprensioni, per esempio: che abbiamo sempre avuto il diritto di voto; e che se dovessimo riversare i nostri voti nelle circoscrizioni d’origine i parlamentari siciliani, ma anche i calabresi, i pugliesi, i campani, i veneti, e così via, sarebbero di fatto eletti dagli italiani all’estero. Diremmo loro che il papocchio di riforma di Com.It.Es. e CGIE approvato al Senato fa sì che soltanto i pensionati, i ricchi e gli impiegati di alcuni enti – non certo i lavoratori dipendenti o i microimprenditori e i giovani – avranno la possibilità di accumulare tutte le cariche previste dalla nuova legge istitutiva delle rappresentanze e che i giovani, che vogliamo coinvolgere, sarebbero praticamente tagliati fuori al pari degli oriundi, a causa di questioni di cittadinanza. Guardandoli negli occhi dovremmo far capire loro che i parlamentari eletti all’estero rappresentano “tutto” il popolo italiano, non soltanto quello residente fuori dai confini della Repubblica, e al massimo possono esercitare qualche maggiore attenzione nei confronti degli elettori residenti nelle loro ripartizioni, mentre soltanto il CGIE può rappresentare e rappresenta «le comunità italiane all’estero presso tutti gli organismi che pongono in essere politiche che interessano le comunità all’estero», cosa che i nostri stessi parlamentari non possono fare. La goccia scava la pietra, dicevano i latini. Il CGIE deve tornare a diventare quella goccia. 

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