Non è più l’emigrazione della valigia di cartone, ma quella dei titoli di studio, delle competenze e delle ambizioni professionali. È l’Italia che forma e poi vede partire i suoi giovani migliori, attratti all’estero da opportunità che in patria faticano a trovare.
Una dinamica silenziosa ma profonda, che sta cambiando il volto sociale ed economico del Paese.
È il caso di Mizar Oliva, 39 anni, che ha lasciato l’Italia per Grenoble, in Francia, al termine del suo percorso di studi. Laurea triennale a Cosenza, specialistica in Biologia molecolare a Bologna, master in un laboratorio francese che le ha poi chiesto di restare.
“Ero in un polo scientifico prestigioso, stimolante dal punto di vista professionale e con un inquadramento economico certo. In Italia mi spaventavano le storie di precarietà dei miei colleghi”.
Dopo nove anni in Francia e tre in Belgio, tornerà a Milano per un progetto di ricerca, ma non vede possibilità di rientro in provincia di Cosenza.
“Nel Sud le università hanno raggiunto livelli di eccellenza, ma poi cosa faccio? Dove sono i centri di ricerca, le aziende farmaceutiche, gli investimenti pubblici e privati?”.
Anche per Mattia Boscaino, 39 anni, oggi accademico all’Università di Birmingham, la partenza dalla provincia di Benevento appare come un viaggio di sola andata.
“Sono partito per curiosità, per la voglia di vivere pienamente il mio essere gay e per realizzarmi professionalmente in qualcosa che mi appassionava davvero”.
Specializzato nello sviluppo di progetti nell’industria creativa, con attenzione alla street art e alle reti informali, non intravede al momento reali possibilità di rientro, pur continuando a sperarci.
Queste storie, raccontate su L’Espresso, sono il volto umano di un fenomeno in forte accelerazione.
Nel biennio 2023-2024 hanno lasciato l’Italia 270mila cittadini, il 40 per cento in più rispetto al biennio 2021-2022. A svuotarsi sono soprattutto il Mezzogiorno e le aree interne, che perdono capitale umano proprio mentre ne avrebbero più bisogno.
Dietro i numeri c’è una questione strutturale che riguarda il futuro stesso del Paese. Senza un piano credibile per creare lavoro qualificato, sostenere ricerca e innovazione e rendere i territori attrattivi per i giovani, l’Italia rischia di trasformarsi in una grande palestra di formazione per le economie altrui.
Invertire questa rotta è ormai una priorità nazionale, se si vuole evitare che l’emigrazione torni a essere, per un’intera generazione, non una scelta ma una necessità.































