Italiani all’estero, Fedi (Pd): “Cara Anna Grassellino, è mancato coordinamento in campagna elettorale”

“Nella campagna elettorale appena conclusa il nostro messaggio è stato debole rispetto a quella visione moderna degli italiani nel mondo, un messaggio talvolta appesantito da una specie di blocco culturale su temi superati dall’evoluzione storica e dalla realtà delle cose”

Marco Fedi

“C’era una volta l’analisi del voto…”. Deputato uscente del Pd, Marco Fedi commenta a modo suo l’analisi del voto fatta da Anna Grassellino, responsabile del Pd nel mondo, pubblicata su ItaliaChiamaItalia nei giorni scorsi. Ecco l’opinione di Fedi

La mia ultima newsletter doveva essere interamente dedicata al futuro, con un saluto affettuoso a Roma ed alla politica parlamentare. Le valutazioni che la responsabile per gli italiani nel mondo del PD, Anna Grassellino, ha fatto pubblicamente sul risultato del voto all’estero mi hanno indotto a cambiare direzione.

Dedicherò quindi al partito nel quale ho militato fino alle recenti elezioni e come ex-parlamentare alcune brevi riflessioni.

Cara Grassellino, ti rendo noto, nel caso tu non abbia avuto modo di verificarlo, che il centro-sinistra e il PD da quando si vota per la circoscrizione Estero hanno sempre vinto. O meglio, il nostro è stato sempre il primo partito, prima come asse portante dell’Unione nel 2006 e poi come PD dal 2008 ad oggi. Nessuna sorpresa quindi che si sia confermato anche questa volta. La vera domanda, semmai, è: che cosa sta accadendo intorno a noi e fino a quando questa prevalenza potrà reggere?

Il recente risultato del PD, dunque, non è “in controtendenza”, come tu dici, proprio con niente. Nel 2006 il “santo subito” rivolto a Tremaglia, che per supponenza aveva diviso lo schieramento di centrodestra sperando in un plebiscito personale, dà un’idea di come andarono le cose. Neanche allora “in controtendenza”, perché si trattò all’estero dell’esordio di una “tendenza” destinata a durare nel tempo.

Nel 2008 a livello nazionale vinse il centro-destra, eppure nel mondo si affermò il PD, nonostante la perdita di due senatori. Nel 2013 all’estero ci siamo confermati primo partito, perdendo un deputato in Europa ma recuperando al Senato l’assetto iniziale con 4 eletti.

Nel 2018, invece, abbiamo perduto due senatori. In termini di seggi, quindi, nelle ultime elezioni abbiamo subito una sconfitta, anche se restiamo il primo partito e otteniamo percentuali che vanno dal 29% al 33% in tutte le ripartizioni, meno che in Sud America, dove arretriamo.

“In controtendenza, all’estero vince il Pd”: L’ANALISI post voto di Anna Grassellino

La tendenza, se vogliamo configurarla dal punto di vista politico e anche aritmetico, è che abbiamo recuperato, insieme al centro-destra, i voti che nel 2013 erano andati alle liste di Mario Monti.

Se a nostra volta non avessimo subito fenomeni di emorragia, avremmo dovuto vincere alla grande, confermando i 4 senatori. Invece abbiamo perduto, e non poco, verso il M5S. E se non ritroviamo un modo di essere centro-sinistra nel mondo, di dare un’idea di squadra coesa e pronta a fare gli interessi dell’Italia e degli italiani nel mondo, rischiamo molto alle prossime elezioni.

Questo sul piano politico. Sul piano della strategia elettorale ti rendo noto, perché temo che tu nemmeno lo sappia, che il cardine della costruzione delle nostre liste è sempre stato la logica di coalizione, di unità di tutte le forze di centrosinistra. È stato in tutte le precedenti occasioni un esercizio faticoso volto a tenere insieme forze anche diverse, ma vincente.

Se anche questa volta ci fossimo posti il problema di evitare la concorrenzialità nel nostro campo, fra le tante liste che si richiamavano al centrosinistra e alla sinistra, avremmo potuto difendere i nostri due senatori. Magari, marcando la nostra presenza con un forte coordinamento della campagna elettorale, ripartizione per ripartizione, che invece è mancato totalmente. Ognuno per sé e Dio per tutti.

Sono sicuro, purtroppo, che a queste mie considerazioni non si darà ascolto e tantomeno peso. Il vecchio PD ha delegato a personalità distanti dalla realtà degli italiani nel mondo e a parlamentari nazionali il compito di coordinare un settore che richiede conoscenza dei temi e dei problemi, esperienza dei diversi contesti ambientali, capacità di analisi politica e soprattutto “coraggio”.

Ma coraggio vero, quello del confronto e delle idee, del dire sempre ciò che si pensa, del difendere le situazioni che si conoscono, dell’agire di conseguenza e con coerenza. Precisamente il contrario dell’acquiescenza opportunistica che ha contraddistinto l’ultimo PD.

Poiché dubito che qualcosa possa cambiare, almeno nei tempi che la situazione ci impone, riprendo la mia autonomia con determinazione e chiarezza dopo aver assolto, fino in fondo, il mio dovere di parlamentare eletto nel Partito Democratico.

Ai nuovi eletti faccio i migliori auguri, sapendo che questa legislatura sarà durissima, comunque vadano le cose. Consapevole che vi saranno pressioni politiche fortissime per “rivedere o modificare radicalmente” l’esercizio in loco del diritto di voto: questione sulla quale ripetutamente ho insistito, inascoltato, affinché si evitasse quello che è accaduto, cioè cambiamenti dell’ultima ora, opportunistici, in assenza di una vera riforma che puntasse a migliorare le operazioni di voto.

On. Marco Fedi, Pd

Consapevole che la vera unità nel mondo deve essere costruita nell’alveo delle forze progressiste, tra le generazioni, tra coloro che vivono e lavorano stabilmente all’estero e i protagonisti delle nuove mobilità, tra connazionali, in sostanza, che sono la rappresentazione più vera ed autentica di una italianità diffusa, senza confini intellettuali, reddituali e di genere. Senza commettere l’errore di orientare la nostra attenzione, e le scelte politiche conseguenti, unicamente verso le categorie che ci sono più vicine. Il mondo è complesso e quello degli italiani all’estero non è da meno.

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Nella campagna elettorale appena conclusa il nostro messaggio è stato debole rispetto a quella visione moderna degli italiani nel mondo, necessaria perché essi possano avere il ruolo strategico sempre invocato per l’internazionalizzazione dell’Italia. Un messaggio talvolta appesantito da una specie di blocco culturale su temi superati dall’evoluzione storica e dalla realtà delle cose. È tempo, dunque, di abbandonare al più presto atteggiamenti consolatori e autoassolutori e di aprire con determinazione e spirito di libertà il cantiere culturale e politico che ci consenta di proiettare le forze di rinnovamento oltre le difficoltà di questa difficile fase, che probabilmente non sarà breve.