Italiani all’estero, 7mila connazionali in Cina: la nuova meta dell’emigrazione italiana

Cina, impero d’Oriente. Cina, quel Paese che cresce a velocità supersonica. E che attira sempre più imprese straniere, anche italiane. Secondo i risultati della ricerca A.M.I.C.O. (Analisi della Migrazione degli Italiani in Cina Oggi), pubblicati nel volume "Sulle orme di Marco Polo. Italiani in Cina" (Quaderni Migrantes, edizioni Tau) presentato oggi a Roma e curato da Giovanna Di Vincenzo, Fabio Marcelli e Maria Francesca Staiano, i nostri connazionali residenti in Cina, e iscritti all’AIRE (l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero), nel 2013 erano quasi 7mila (6746, per la precisione), un numero triplicato rispetto al 2006, anno in cui la quota delle presenze non raggiungeva i 2000 iscritti.

L’indagine è stata effettuata nel 2013 per la Fondazione Migrantes, nell’ambito di studi più ampi sull’emigrazione italiana all’estero dell’ottavo Rapporto Migrantes "Italiani nel Mondo".

Dai dati resta fuori quella che viene chiamata “migrazione sommersa", ovvero tutti quei connazionali che pur vivendo in Cina continuano a mantenere in Italia la propria residenza. Il numero reale degli italiani che vivono in Cina è dunque maggiore, assai probabilmente, di quelli registrati all’AIRe. Il fatto è che sempre più connazionali considerano la Cina un nuova meta per un’esperienza formativa o lavorativa all’estero, rispetto ai Paesi di tradizionale migrazione da parte degli italiani.

Partono principalmente dal Nord Italia, in particolare da Lombardia e Veneto, e una volta in Cina scelgono nella maggior parte dei casi le aree meridionali del Paese, tra Hong Kong, Guangdong e zone limitrofe (37% e 13%), la municipalità di Shanghai e le province circostanti (34%). Il restante 16% risiede invece a Pechino e nelle altre province.

Sono in maggioranza persone di età compresa tra i 35 e i 44 anni a scegliere la Cina. Ma vi sono anche molti giovani dai 25 ai 34 anni, e ovviamente non mancano – oltre a molti altri profili – gli studenti di lingua cinese che frequentano corsi di lingua o veri e propri corsi di laurea e post laurea presso le università cinesi.

Spiegano i ricercatori della Migrantes: “Durante la missione effettuata in Cina abbiamo scoperto casi di italiani che svolgono attività che esulano da quelle strettamente collegate al business e al lavoro dipendente presso grandi aziende, che vanno dall’insegnamento dell’italiano, all’esercizio della professione di architetto o designer – molto richiesta nella realizzazione di progetti di grande rilievo, a cui in Italia magari non avrebbero mai avuto accesso -, oppure artisti che sperimentano in Cina nuove avanguardie e sono impegnati sul fronte culturale, oppure, ancora, operatori di Ong impegnati nel sociale che portano in Cina quel sentire cristiano di inclusione e sostegno delle persone più deboli e in difficoltà. Non si tratta dunque di una presenza solo imprenditoriale o legata alle opportunità di carriera, ma anche legata a diverse realtà, molto particolari e variegate”.

I risultati della ricerca sul campo e del sondaggio online hanno chiaramente mostrato che le attività degli italiani stanno "rapidamente superando i confini dei settori di più tradizionale penetrazione del made in Italy, investendo anche altri campi dalla ricerca, alla cultura, all’arte e allo sport".

Giusto sottolineare come trasferirsi in Cina oggi e pensare di trovare subito un impiego altamente remunerativo senza avere esperienza, non sia più così semplice come in passato. Adesso la richiesta di personale straniero si restringe su risorse altamente qualificate, per cui è sempre più difficile ottenere un permesso di lavoro, ed è in atto un giro di vite sui visti in generale, con frequenti controlli e sanzioni. L’irrigidimento della politica sui visti è stato, inoltre, esteso anche alle norme per le assunzioni di stranieri.

NESSUN COMMENTO

Comments