Notoriamente Trump non è uomo di cultura e il suo comportamento è pure lontano da ogni atteggiamento ottimale in diplomazia. Tuttavia, pensare che agisca solo in base a improvvisazioni dettategli dall’istinto di uomo d’affari che punta solo a risultati immediati e si disinteressa delle conseguenze a medio e lungo termine sarebbe un errore interpretativo.
Tutti vediamo che la sua politica internazionale parte dal presupposto che, almeno per ora, gli USA sono la più grande potenza economica e militare del mondo e, approfittando di ciò, rilascia dichiarazioni e assume atteggiamenti senza scrupoli tipici di un prepotente che vuole imporre i propri interessi a chiunque gli convenga.
Di certo, come succede in economia, ogni scelta porta conseguenze positive per un verso e per qualcuno e negative sotto altri aspetti e per altri soggetti. Alcuni suoi comportamenti sono errori evidenti, quali crearsi troppi nemici contemporaneamente e favorire così tra di loro una alleanza, magari precedentemente non voluta né immaginata.
Oppure il cambiare continuamente gli obiettivi dichiarati, togliendo così ogni credibilità alle proprie azioni del momento. Dove, però, sembra abbia agito con una certa lungimiranza e saggezza è stato il caso di ciò che ha fatto nel Venezuela.
È ovvio che l’intervento americano in quel Paese vada contro qualunque aspetto del “diritto internazionale” e che nessuno può considerare politicamente ammissibile una tale ingerenza negli affari interni di un’altra nazione.
Tuttavia, se ci asteniamo dal dare giudizi morali e ci limitiamo a osservare la convenienza di tale azione per chi l’ha compiuta, dobbiamo ammettere che si sia trattato di un colpo magistrale.
Occorre premettere che, così come succedeva ai suoi predecessori, l’idea di battersi per aumentare anche altrove il livello di organizzazione democratica è soltanto un puro alibi per mascherare interessi americani molto più prosaici e che, quindi, l’eliminazione del regime dittatoriale venezuelano non era tra gli obiettivi di ciò che è stato fatto.
L’interesse primario degli USA verso quell’area del mondo è la pura applicazione della “dottrina Monroe” aggiornata e cioè l’impedire che potesse confermarsi un intreccio tra quel governo e quelli di Stati considerati nemici quali la Cina, la Russia e l’Iran.
Cosa che stava avvenendo seppur, apparentemente, solo sotto l’aspetto economico. Il mettere sotto possibile controllo americano la produzione petrolifera locale non è una questione prettamente economica, bensì impedisce, soprattutto ai cinesi, l’accesso a una enorme fonte di rifornimento di petrolio pesante ottimo, una volta raffinato, per ottenere prodotti destinati a motori diesel e voraci quali quelli di aerei e navi.
Inoltre, toglie a un altro grattacapo americano, Cuba, la maggiore entrata di carburante indispensabile per la sopravvivenza dell’economia locale.
Detto ciò, chi si aspettava che l’aver “sequestrato” Maduro aprisse a un totale cambiamento di regime non teneva conto di quella che è la realtà sociale e politica del Paese. Il “colpo da maestro” di Trump e dei suoi non è consistito nel pur perfettamente riuscito sequestro di quel dittatore, bensì nell’aver preparato in anticipo la sopravvivenza del regime con però un atteggiamento molto conciliante verso Washington.
Ciò che attualmente sembra probabile è che ci possono essere state diverse complicità interne pre-concordate e magari perfino la collaborazione tacita della vice presidente, oggi nominata presidente ad interim, Delcy Rodriguez.
Ipotesi molto realistica, tanto è vero che il Segretario di Stato Rubio ha subito annunciato di volerla incontrare. Un’altra cosa che si potrebbe immaginare è che, di là dalle dichiarazioni ufficiali di teatro, l’operazione sia stata “accettata” da Putin durante l’incontro di Anchorage in nome del rispettivo riconoscimento delle future zone di influenza.
La realtà interna del Venezuela è che, come dimostrato ampiamente dalle ultime elezioni, il regime di Maduro non godeva più del sostegno della maggior parte della popolazione (a differenza di ciò che succedeva al tempo di Chavez) ma che tutte le leve del potere reale sono distribuite tra coloro che di quel regime erano e continuano ad essere i beneficiari.
Il malcontento origina soprattutto dalla diffusa corruzione degli alti gradi del regime, della loro incapacità gestionale e da un’economia sempre più disastrata.
Vediamo i possibili scenari del dopo Maduro e cosa sarebbe successo se, invece di confermare la tenuta del regime, si fosse voluto imporre forzosamente una immediata democrazia.
La prima possibilità è che con il decidere di smantellare del tutto il regime e aprire a nuove elezioni il sistema si sarebbe potuto spaccare tra gruppi armati del vecchio potere in lotta tra di loro fino ad arrivare a scontri armati. Tale eventualità, nonostante tutto, non è ancora esclusa e addirittura diventerebbe probabile se tale frattura avvenisse non solo tra gli alti vertici del regime ma anche dentro le forze armate.
Non si può escludere che, fomentando un sentimento nazionalista e la non simpatia verso i gringos da sempre diffusa negli stati sud americani, una parte degli ufficiali si unisca ai gruppi guerriglieri colombiani già presenti da tempo in Venezuela.
Insieme si batterebbero non solo contro l’ingerenza statunitense nel settore petrolifero ma anche darebbero la caccia ai “collaborazionisti”. In altre parole scoppierebbe una guerra civile.
Un secondo scenario possibile dopo la ipotetica volontà americana di imporre subito le elezioni sarebbe stato che il desiderio di vendetta di chi aveva per lungo tempo subito le angherie del potere avrebbe potuto suscitare una reazione violenta di chi era ancora in posizione di forza, se non altro per autodifesa.
Nel caso di una repressione feroce di tali manifestazioni, come avrebbero potuto (o dovuto) reagire gli americani? Inviando truppe per proteggere i “democratici” e aprire così un nuovo fronte di guerra?
Naturalmente l’aver paradossalmente confermato il regime precedente non elimina possibili conseguenze non gradite. Chi si è battuto da tempo contro Maduro può non accontentarsi dell’eliminazione del personaggio e considerare un tradimento l’accettazione americana della continuità di un regime anche se con capi diversi. La Rodriguez potrebbe sinceramente fungere soltanto da presidente ad interim e rinnovare gradualmente, sempre garantita dagli americani, i vertici della giustizia, delle forze armate e dell’alta amministrazione in genere in modo da preparare le elezioni.
Tuttavia, checché ne pensi la Machado (che ha continuato ad auspicare un intervento armato americano), l’opposizione al regime non è mai stata davvero compatta e lei non ha dimostrato di avere quel carisma che Chavez aveva avuto.
Un vero consenso popolare che garantisca elezioni libere e pacifiche si potrebbe ottenere solamente nel momento in cui sarà evidente che l’economia stia fortemente riprendendo e che un relativo benessere sia potenzialmente raggiungibile da ampi strati della popolazione.
Un po’ come successe in Corea del Sud dopo la guerra con il Nord. In altre parole, un regime militare destinato a durare qualche anno e la democrazia rimandata forse anche di un decennio.
La realtà venezuelana di oggi, sgradita a chi vuole tutto e subito, è quella su cui, saggiamente, sembra aver puntato Trump ed è l’unica che potrebbe evitare una nuova situazione di grave instabilità. È comunque certo che, dopo aver infranto in modo così palese le regole della convivenza internazionale, Washington si gioca tutta la sua credibilità sulla buona riuscita del futuro venezuelano.
Se Trump finisse col trovarsi di fronte a delle realtà come quelle che i suoi predecessori hanno provocato in Afghanistan, in Iraq, in Siria e in Libia (e speriamo che lui non faccia lo stesso errore in Iran) anche le sue chance di raggiungere un accordo con le altre potenze per spartirsi il mondo perderebbe ogni possibilità.































