Non tutti gli italiani che emigrano all’estero sono nati in Italia. Esiste anche una migrazione composta da cittadini italiani di seconda generazione, figli di famiglie originarie di altri Paesi che hanno acquisito la cittadinanza italiana e che, successivamente, hanno scelto di trasferirsi altrove.
È il fenomeno conosciuto come onward migration, al centro di uno studio dedicato agli italiani residenti nel Regno Unito prima della Brexit.
A raccontarlo, come riferisce il Manifesto, è una ricerca realizzata da Cesare G. Ardito, giovane dottore in matematica e lecturer all’Università di Manchester, con la collaborazione del Consolato d’Italia.
L’analisi si basa sui dati degli iscritti all’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, e mette in luce una realtà che va oltre l’immagine tradizionale dell’emigrazione italiana.
Italiani all’estero, quanti sono nati fuori dall’Italia?
I dati relativi alla circoscrizione consolare di Manchester mostrano una composizione particolarmente diversificata della comunità italiana. I nati in Italia rappresentano il 44,9% degli iscritti all’AIRE considerati nello studio. Seguono gli italiani nati nel Regno Unito, pari al 21,4%, e persone nate in altri Paesi, tra cui Pakistan (7,6%), India (5,6%), Brasile (4,1%), Ghana (3,3%), Bangladesh (3,2%) e Nigeria (2,4%).
Numeri che descrivono una comunità nella quale la cittadinanza italiana non coincide necessariamente con il luogo di nascita o con le origini familiari.
Il fenomeno non riguarda soltanto Manchester, ma interessa diverse aree della Gran Bretagna. Secondo i dati riportati dalla ricerca, Birmingham presenta una quota del 42,43% di italiani nati all’estero, seguita da Liverpool con il 38,64% e Leicester con il 35,26%. L’area di Greater Manchester registra il 34,94%, mentre Leeds-Bradford raggiunge il 29,30%.
Queste percentuali fotografano una realtà migratoria articolata, nella quale l’Italia può rappresentare una tappa del percorso familiare prima di un ulteriore trasferimento verso un altro Paese.
La cittadinanza italiana come opportunità per costruire il futuro
Lo studio evidenzia come alcune famiglie abbiano scelto di lasciare l’Italia dopo aver ottenuto la cittadinanza, considerandola anche uno strumento per accedere a maggiori possibilità di movimento e a nuove prospettive professionali in Europa.
È il caso della famiglia di Shahan, originaria del Bangladesh. Dopo vent’anni trascorsi in Italia, i suoi genitori hanno deciso di lasciare Ancona per trasferirsi nel Regno Unito. Shahan aveva sedici anni quando è arrivato nella zona orientale di Londra, in un contesto multiculturale nel quale è riuscito a inserirsi.
Dopo la laurea in ingegneria e chimica, ha trovato lavoro come programmatore per una banca inglese. La sua esperienza restituisce il punto di vista di chi ha vissuto in prima persona il confronto tra due sistemi sociali e professionali.
«La differenza la fa la politica che qui in un certo senso ti protegge attraverso le leggi», afferma Shahan, riferendosi al contesto britannico.
Dall’Italia al Regno Unito, il peso delle difficoltà di integrazione
Tra le testimonianze raccolte c’è anche quella di Sophia, nata in Italia da genitori cinesi. A 44 anni ha scelto di trasferirsi a Manchester con la propria famiglia, pensando soprattutto al futuro dei suoi due figli.
La decisione, secondo il racconto riportato nell’articolo, è maturata anche dalla volontà di offrire ai bambini maggiori possibilità di crescita in una società percepita come più aperta, senza limitare le loro prospettive professionali alle attività tradizionalmente associate alle comunità di origine.
Oggi Sophia lavora come impiegata a Manchester. Nel ricordare le difficoltà incontrate in Italia, sottolinea il peso dei pregiudizi e degli stereotipi nel mondo del lavoro.
«In Italia presentarsi a un colloquio era difficile, il concetto di straniero ha purtroppo una connotazione negativa a priori».
La sua storia richiama una questione più ampia: per alcune persone nate e cresciute in Italia, il possesso della cittadinanza non è sempre stato sufficiente a garantire un pieno senso di appartenenza o pari opportunità nella vita professionale.
Lavoro e discriminazioni, perché alcune famiglie hanno lasciato l’Italia
Un’altra vicenda è quella di Yusuf, originario del Senegal, che ha lasciato l’Italia insieme alla moglie Imma, napoletana, e ai loro due figli piccoli. A pesare sulla decisione sarebbero state anche le difficoltà incontrate nella ricerca di un’occupazione.
«Non abbiamo lavoro per noi italiani, figuriamoci per te», si è sentito ripetere Yusuf.
Il figlio maggiore, Malik, oggi ventiseienne, ha proseguito il proprio percorso formativo nel Regno Unito, conseguendo a Manchester un master in drama production.
Le esperienze delle tre famiglie mostrano percorsi diversi, ma accomunati dalla ricerca di opportunità lavorative, migliori condizioni di vita e prospettive più ampie per le nuove generazioni.
Emigrazione italiana, il fenomeno che cambia il volto delle comunità all’estero
La ricerca di Cesare G. Ardito contribuisce a raccontare una trasformazione importante della mobilità internazionale: cittadini italiani che scelgono di emigrare nonostante siano nati in Italia o abbiano acquisito la cittadinanza italiana attraverso le proprie famiglie.
Nel periodo precedente alla Brexit, il Regno Unito ha rappresentato una destinazione per chi cercava nuove opportunità professionali e un contesto sociale ritenuto più favorevole. Le testimonianze raccolte mostrano quanto le scelte migratorie possano essere influenzate non soltanto dalle prospettive economiche, ma anche dalle esperienze personali, dalla percezione delle discriminazioni e dalle aspettative sul futuro dei figli.
Il fenomeno invita a riflettere sul significato contemporaneo dell’emigrazione italiana. Non si tratta più soltanto di persone che partono dal nostro Paese per lavorare all’estero, ma anche di cittadini che, pur avendo ottenuto la cittadinanza italiana e costruito in Italia una parte della propria vita, decidono di ripartire.
Una realtà che solleva interrogativi sulle opportunità offerte dal mercato del lavoro, sull’inclusione sociale e sulla capacità dell’Italia di valorizzare le competenze e le aspirazioni delle persone che vivono nel Paese.




























