L’italiano non è soltanto la lingua dell’arte, della musica, della moda e della cultura. Può essere anche uno strumento per costruire ponti tra i popoli, favorire il dialogo e contribuire alla pace. È il messaggio emerso dalla prima Giornata dell’Italofonia alle Nazioni Unite, celebrata giovedì nella sala ECOSOC del Palazzo di Vetro, a New York.
All’iniziativa hanno partecipato oltre 300 persone tra ambasciatori, funzionari internazionali, docenti e studenti, accomunati dal rapporto con la lingua di Dante. L’evento è stato promosso dalle rappresentanze permanenti di Italia, San Marino e Svizzera e ha portato nel cuore della diplomazia internazionale la Comunità degli Italofoni, istituita a Roma nel novembre 2025 su iniziativa del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’italiano all’ONU, una lingua che favorisce il dialogo
A fare gli onori di casa è stato l’ambasciatore italiano Giorgio Marrapodi, che ha raccontato come l’idea della giornata sia nata dalla scoperta di quanti diplomatici e funzionari delle Nazioni Unite parlino italiano pur non essendo cittadini italiani.
«L’italiano è una lingua molto parlata anche alle Nazioni Unite», ha spiegato Marrapodi in un’intervista a Italpress. Non soltanto tra i funzionari italiani, ma anche tra numerosi ambasciatori e rappresentanti permanenti che conoscono e utilizzano la nostra lingua.
Una ricchezza culturale che, secondo l’ambasciatore, può trasformarsi in una risorsa diplomatica. Condividere la conoscenza della cultura italiana aiuta infatti a creare empatia, consolidare rapporti di amicizia e rendere più efficace il confronto tra persone e Paesi.
Un principio che si lega direttamente alla missione delle Nazioni Unite: mantenere la pace e prevenire i conflitti. «Se ci parlassimo tutti di più, forse alcuni problemi riusciremmo a evitarli», ha osservato Marrapodi.
Diene Keita: «All’ONU è la lingua della pace e dell’unità»
Tra gli interventi più significativi quello di Diene Keita, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite e direttrice esecutiva dell’UNFPA, l’agenzia ONU per la salute sessuale e riproduttiva.
Keita ha parlato in un italiano impeccabile, ricordando la scelta del padre, diplomatico, che preferì Roma a Londra come sede di servizio, convinto che vivere in Italia avrebbe arricchito i figli. «Aveva ragione», ha raccontato.
L’esperienza italiana ha influenzato il suo modo di comunicare e di rapportarsi agli altri. Con una nota di ironia, Keita ha ricordato che l’italiano si parla non soltanto con la voce, ma anche con gli occhi, con il viso e soprattutto con le mani.
Alla domanda se questa lingua possa essere anche uno strumento di pace, la risposta è stata netta: «Qui all’ONU è la lingua della pace, è la lingua dell’unità, dell’amicizia, veramente dell’umanità».
Dagli ambasciatori agli studenti: le storie di chi ama l’italiano
La conferenza, moderata da Loredana Polezzi, docente della Stony Brook University, ha dato spazio a testimonianze diverse, accomunate dalla passione per la lingua italiana.
Michael Moore, traduttore americano dei Promessi Sposi, ha raccontato come l’incontro con l’italiano abbia cambiato la sua vita. L’artista Serena Scapagnini e il neuroscienziato Michael Higley hanno approfondito il rapporto tra arte, scienza e linguaggio, mentre il musicista svizzero Gabriele Donati ha ricordato il ruolo dell’italiano come lingua internazionale della musica.
Anche diversi ambasciatori hanno condiviso il proprio legame con l’Italia, scegliendo una parola particolarmente significativa. Isabelle Picco, rappresentante del Principato di Monaco, ha richiamato le origini genovesi della famiglia Grimaldi. L’ambasciatore di San Marino, Damiano Beleffi, ha sottolineato il valore storico e culturale di una lingua nata dalla poesia e dalla letteratura prima ancora della formazione dello Stato nazionale.
Suela Janina, ambasciatrice dell’Albania, ha ricordato di aver imparato l’italiano guardando la televisione, quando i programmi italiani rappresentavano una finestra sul mondo. La sua parola preferita è stata «amicizia». L’argentino Francisco Fabián Tropepi, legato alle proprie radici siciliane, ha scelto «unità», mentre il canadese David Lametti, cresciuto parlando italiano in famiglia, ha indicato l’espressione «bella figura».
Lingua, emigrazione e identità: il legame con le radici italiane
Particolarmente emozionanti le testimonianze delle studentesse della Stony Brook University. Alcune hanno spiegato di studiare italiano per recuperare la lingua perduta dai nonni emigrati, altre per conservare un legame con i genitori e con la propria storia familiare.
Racconti che mettono in evidenza il valore dell’italiano anche per le comunità di origine italiana all’estero: una lingua capace di custodire la memoria dell’emigrazione e di trasmettere identità e appartenenza alle nuove generazioni.
Nel corso della giornata sono intervenuti anche monsignor Christophe Zakhia El Kassis, rappresentante della Santa Sede, e Angelica Jácome, direttrice dell’ufficio FAO a New York, che hanno richiamato il contributo delle lingue alla diplomazia e alla cooperazione internazionale.
L’incontro si è concluso con la lettura, da parte di due studenti della Scuola d’Italia Guglielmo Marconi, della dichiarazione di adesione alla Comunità degli Italofoni.
Il multilinguismo come strumento di pace
Nel bilancio della giornata, Loredana Polezzi ha ricordato che l’italiano è stato per secoli una lingua della diplomazia. Il messaggio più ampio dell’iniziativa, tuttavia, riguarda il valore del multilinguismo: conoscere altre lingue significa aprirsi a culture differenti, comprendere meglio gli altri e costruire relazioni più solide.
La parola scelta dalla docente è stata «garbato», accompagnata dall’auspicio che anche i rapporti tra gli Stati possano diventare più garbati.
La prima Giornata dell’Italofonia all’ONU ha così proposto una visione dell’italiano che supera i confini della cultura e del Made in Italy. Una lingua che continua a unire persone di Paesi diversi, mantiene vivi i legami con le comunità italiane all’estero e può contribuire, attraverso il dialogo e la comprensione reciproca, a rafforzare una cultura della pace.


























