Alluvione Genova, sindaco Doria: ‘insultatemi pure, io adesso non mi dimetto’

"Come uomo e come sindaco di una comunità ferita, penso continuamente a chi ha perso la vita e a chi è stato colpito. Non credo che le cause di questi eventi siano da ricercarsi in quanto fatto dal Comune nei due anni della mia amministrazione, ma, come sindaco, mi assumo la mia parte di responsabilità per quello che le istituzioni tutte non hanno saputo fare in anni e anni". Lo afferma Marco Doria in una intervista a Repubblica nella quale replica alle accuse ricevute: "I genovesi che mi hanno contestato, tra cui De Andrè e Baccini, li capisco. Ma dimettermi è l’unica cosa che sono sicuro di non fare in questo momento, anche a costo di prendere degli insulti. Sarebbe come abbandonare la nave in tempesta. E io devo stare qui per dare delle risposte ai miei concittadini".

Doria indica le cose fatte dall’alluvione che tre anni fa costò la vita a sei donne: "Appena mi sono insediato, nel 2012, ho fatto partire la gara per realizzare lo ‘Scolmatore’, cioè l’opera fondamentale, attesa da vent’anni, che dovrebbe scongiurare altre alluvioni del Fereggiano, il torrente esondato tre anni fa, e mitigare il rischio sul Bisagno. Siamo riusciti a sbloccare l’opera con il governo Monti, abbiamo reperito i fondi: 25 milioni a carico dello Stato, 15 a carico de! Comune e 5 della Regione. Siamo andati avanti, abbiamo preparato il progetto" ma per i cantieri "è accaduto che ci sono voluti cinque mesi tra aprile e agosto di quest’anno, per ottenere il parere positivo della Corte dei Conti. O meglio, tre mesi per il parere e due per depositarlo. Adesso, forse, ce la facciamo a far partire i lavori entro fine anno. Questo è uno dei problemi principali dell’Italia. Serve un modello svizzero per fare le cose e sono convinto che il premier Matteo Renzi possa essere la persona giusta per cambiare".

Inoltre Doria interviene sui premi dati ai tre dirigenti attualmente imputati per l’alluvione di tre anni fa e trasferite dalla Protezione Civile ad altri settori in attesa di una sentenza: "Non è una voce una tantum, ma una parte fissa della retribuzione legata automaticamente al raggiungimento di certi risultati. Noi potevamo riconoscerla per intero o per metà. Abbiamo scelta la seconda soluzione. Questa è la normativa". E sottolinea che "i nostri dipendenti hanno lavorato tantissimo, per mettere in sicurezza scuole, strade e edifici. Abbiamo dato assistenza nei Municipi a chi voleva pulire le strade, abbiamo fornito 1 .200 pale, abbiamo portato via tutto il fango che migliaia di volontari, e li ringrazio, hanno spalato. E adesso io devo dare delle risposte urgenti ai genovesi. Per questo, lo ribadisco, resto al mio posto".

Intanto "abbiamo sospeso il pagamento delle tasse comunali. Poi, abbiamo creato un fondo di due milioni con l’obiettivo di ridurle o se possibile addirittura azzerarle. Lo devo ai genovesi devastati e per questo pretendo, come sindaco, che il governo Renzi mantenga ciò che ha promesso in queste ore in cui l’ho sentito molto vicino e soprattutto operativo. Il caso Genova deve diventare una delle prime due-tre emergenze nazionali". E conclude difendendo la sua scelta di concedersi un momento di riposo a Courmayeur una settimana dopo l’alluvione: "Dopo nove giorni di emergenza assoluta avevo bisogno, e credo, il diritto, di passare mezza giornata con la mia famiglia. Ma ho capito che il problema non era questo, era il luogo, Courmayeur. Se fossi andato a Ovada, nessuno avrebbe avuto da eccepire" ma "sono tornato subito a Genova e ho ripreso a lavorare".