Massimiliano Lo Savio (MdL): Pensioni future, un caos inimmaginabile

Massimiliano Lo Savio, candidato MdL, lancia l’allarme: “con un Governo italiano che sembra agire come se non ci fosse un domani, l’anno zero delle pensioni sarà il 2030”

Massimiliano Lo Savio con il presidente del Movimento delle Libertà, On. Massimo Romagnoli

Questi mesi di crisi sanitaria ed economica stanno certamente impoverendo o mettendo a rischio le nostre pensioni future più di quanto non si possa immaginare. Siamo tutti troppo concentrati sul drammatico presente legato alla pandemia e stiamo dimenticando il nostro domani. Ciò è comprensibile, ma non scusabile.

Nella Nota aggiuntiva al Documento di economia e finanza (NaDef) la famosa “gobba” nel rapporto tra la spesa pensionistica ed il prodotto interno lordo (PIL) è diventata un lungo plateau. Detto rapporto raggiungerà il record del 17,1% a fine 2020. Parliamo di 300 miliardi di euro – che a causa anche “quota 100” – resterà ancorata intorno al 16% per gli anni a venire.

Il candidato alle prossime elezioni Comites del Movimento delle Libertà, dott. Massimiliano Lo Savio, lancia l’allarme: “con un Governo italiano che sembra agire come se non ci fosse un domani, l’anno zero delle pensioni sarà il 2030”.

Lo Savio spiega così la sua affermazione: ’’Il 2030 non è una data casuale. E’ l’anno in cui andranno in pensione i figli del baby boom, cioè i nati negli anni 1964-65, quando cioè l’Italia era nel pieno miracolo economico e partorì più di un milione di neonati. Quest’ultimi al compimento dei 66-67 anni, “busseranno” alla porta dell’Inps. Un picco di richieste che si tradurrà presumibilmente in uno choc, soprattutto se la crescita economica rimarrà modesta. Secondo i dati attuali, il periodo più critico arriverà nel 2035. Appare evidente che la situazione che stiamo vivendo non aiuta a migliorare le cose. Il Governo ha promesso soluzioni che, al momento, non sono conosciute”.

Lo Savio prosegue: “La riforma delle pensioni sembra non avere mai fine: il primo a metterci le mani è stato il governo Amato nel ’92, successivamente quello diretto da Dini nel ‘95. I vari Governi che si sono succeduti hanno affrontato il tema spinoso, ma nessuno è riuscito a non “lasciare vittime sul campo”, eclatante è stato il caso dei 170mila esodati della legge Fornero. Prima delle riforme c’erano leggi di favore che permettevano di diventare “baby pensionati” e cioè lavoratori privilegiati (pari a circa mezzo milione) che potevano andare in pensione a partire dai 38 anni di età anagrafica, dopo aver lavorato solo 15 anni. Tali pensioni baby, costano oggi allo Stato circa 9 miliardi di euro l’anno.

Negli anni ’70 e ’80 la pensione era calcolata sulla base dell’ultima busta paga. È per questo che, nel pubblico, in molti venivano promossi proprio l’ultimo anno di lavoro. Questo fenomeno si è diffuso all’interno delle forze armate italiane e, ad esempio, la Regione Sicilia ha mandato in pensione i suoi dipendenti con il 110% dello stipendio.”

Il dott. Lo Savio conclude: “A oggi, in Italia, il panorama dei pensionati è molto variegato: ci sono “cittadini di serie A”, “cittadini di serie B”, mentre “quelli di serie C”, i giovani, combattono prima per ottenere un posto di lavoro, possibilmente con un contratto a tempo indeterminato, poi dovranno lottare per il loro diritto alla pensione. Tale scenario, fino a pochi anni fa, era impercepibile”.