Voto all’estero, Fedi (Pd): E se cominciassimo a dire meno sciocchezze?

“Qualche lezione sui presupposti di diritto riguardanti gli italiani all'estero e, soprattutto, di stile potremmo darla a chi scrive senza conoscere o senza aver capito o aver voglia di capire”

On. Marco Fedi, Pd

Il giornale «Libero», ancora una volta, entra a gamba tesa sugli eletti all’estero, riservando parecchio spazio a un paio di articolesse del giornalista Paragone, corredate da schede e tabelle. Un’operazione, insomma, in grande stile. Peccato che tutto sia costruito su alcune monumentali sciocchezze che dimostrano, ad un tempo, prevenzione e ignoranza delle questioni affrontate.

Paragone, infatti, dimenticando che la Circoscrizione estero è prevista dalla Costituzione, arriva subito ad una conclusione facile facile: basterebbe un piccolo intervento nella legge elettorale in discussione in Parlamento per “liberarsi” degli eletti all’estero. Paragone evidentemente ignora o fa finta di dimenticarsi che i 12 deputati e 6 senatori sono anch’essi inclusi nella Costituzione e che la legge elettorale si limita a stabilire come ripartirli in base agli iscritti AIRE nelle quattro ripartizioni e a definire le modalità di esercizio del voto.

A meno che «Libero» non pensi che sia meglio candidare nelle quattro ripartizioni i vari “trombati” o i “cerca poltrona” che non ne trovano una libera in Italia. Altro che eliminare poltrone! Con la sua proposta avremmo come candidati all’estero i peggiori d’Italia.
Paragone dimentica anche che, ove si riuscisse non con legge ordinaria ma con procedura di rango costituzionale a eliminare la Circoscrizione estero dalla Costituzione, rimarrebbe il problema di garantire l’esercizio del diritto di voto ai cittadini italiani residenti all’estero. Inclusi i temporaneamente all’estero che, grazie all’Italicum, hanno votato in occasione del referendum, ma che ora andrebbero recuperati nella nuova legge elettorale in discussione.

Nella discussione che ha portato il Paese al referendum costituzionale, vera occasione mancata per dare all’Italia una svolta epocale, dov’era Paragone e dove si trovavano gli altri giornalisti che oggi raccontano di noi senza averci, davvero, mai sentito? Quella proposta confermava la nostra presenza in Parlamento. E gli italiani all’estero l’hanno sostenuta convintamente.

Come attività parlamentare, considerata sia sotto il profilo delle presenze in aula che sotto quello della qualità del lavoro, gli eletti all’estero sono attestati ben oltre la media dei 630 deputati e 315 senatori. Non siamo utilizzati da Palazzo Chigi come consulenti di politica estera? Non siamo consulenti, ma rappresentanti del popolo, senza vincoli di mandato. Inclusi i cittadini italiani che sono nel mondo. Lo dice la Costituzione. Qualche lezione d’inglese, però, potremmo darla a molti, politici e giornalisti.

E qualche lezione sui presupposti di diritto riguardanti gli italiani all’estero e, soprattutto, di stile potremmo darla a chi scrive senza conoscere o senza aver capito o aver voglia di capire.

Non è mia intenzione limitare il dibattito: facciamolo almeno in una giusta prospettiva, quella di migliorare una legge elettorale che, in ogni caso, deve rispettare la Costituzione. E chi voglia dire qualcosa sulla qualità degli eletti all’estero, lo faccia liberamente, ma almeno, per rispetto di chi legge, con una ricerca che superi il giornalismo spazzatura e che comunque tenga conto della qualità della rappresentanza nel suo complesso.

Una riflessione più approfondita, invece, merita la proposta di modifica delle regole di esercizio del voto ed in particolare il voto nei seggi.

Diciamocela tutta, se la formulazione dialettica rimane “voto nei consolati”, presupponendo che l’unico seggio possibile sia in una sede consolare, limitando quindi notevolmente il numero dei seggi, rimarremmo perplessi. Si tratterebbe infatti di una severa limitazione alla partecipazione. Se si pensasse ad un numero ragionevole di seggi, tale da assicurare una copertura dignitosa dei territori, potremmo discuterne. Consapevoli che anche in questo caso avremmo problemi logistici ed organizzativi ed anche costi rilevanti.

Attenzione però: il voto nei seggi elimina alcuni rischi ma ne crea uno decisamente superiore, aumentando la possibilità di controllo del voto da parte di chi ha il controllo del territorio. Con un forte ridimensionamento del voto d’opinione.

*deputato Pd eletto all’estero e residente in Australia