Vasco canta la rivoluzione – di Franco Esposito

Come Beppe Grillo, più di Beppe Grillo. La rivoluzione di Vasco Rossi. “Decostruzione” nel suo linguaggio, non da libera e personalissima traduzione chi lo legge nel web, su Facebook, dove il Blasco conta su tre milioni di amici. Sì, avete letto bene, tre milioni. Fan devoti, pazzi di lui, della sua musica, delle sue idee. E di questo appello “clippino”. Un invito a scuotersi, a pensare a qualcosa per tentare di salvare questo nostro Paese, l’Italia ormai senza speranza. Fresco sposo di Laura, la storica compagna, Vasco indossa occhiali rossi con montatura a forma di chitarra. In sottofondo, la musica di Neil Young. Dice quello che pensa, la rockstar di Zocca, in Emilia. Parla in faccia e ci metta la faccia, come d’abitudine. Il suo è un messaggio all’Italia. Parole e toni sono chiaramente da rivoluzione. “Questo Paese sta andando a rotoli, diamoci una mossa”. E sembra di ascoltare una delle sue canzoni di denuncia. Quelle che hanno segnato e scandito l’esistenza musicale del Vasco dell’età di mezzo. “Senza cambiamenti drastici non c’è speranza”. Un grido di dolore e insieme un sollecito a scendere in campo. A operare in una direzione precisa, senza più tentennamenti. Mettendo da parte indugi e remore. “I politici sono lì che chiacchierano, ma non possono cambiare le cose. Risolvere i problemi per loro è un fatto impopolare”. Parole forti, espresse con il linguaggio caro a Beppe Grillo, quindi capace d’incidere, visti gli esiti dell’ultima consultazione elettorale in Italia.

Vasco non le manda a dire ai politici. Le dice con durezza, denotando apertura mentale e desiderio di decisionismo. “La politica è una guerra per il governo. O meglio, è l’ultimo stadio prima della guerra vera e propria”. Guerra è un’espressione forte, evocativa di anni duri, bui, popolati di tragedie. Vasco di anni ne conta 60, è del ’52. Vorrebbe una rivoluzione, anzi la auspica con tutto il cuore. “Ma una rivoluzione porta sempre tragedie e ferimenti”. Allora? Vasco conia, adotta, usa una parola che sa di rivoluzione, ma non più di guerra e di tragedie e ferimenti. “Sarebbe meglio una decostruzione”. Un’espressione non sua, come da sincera ammissione e come forma d’ammirazione per lo studioso che l’ha inventata. Basta leggere un libro. E Vasco il testo l’ha letto e così che gli è venuta l’idea. “La parola decostruzione l’ho trovata in un libro di un filosofo francese, Jacques Derrida, un moderno”. La decostruzione e rivoluzione di Vasco prevede l’intervento di trecento/quattrocento giovinastri “che non hanno paura e hanno voglia di rischiare”. Sarebbe sufficiente, basterebbero quattrocento ragazzotti pieni di energia e vigore, prigionieri di un’idea nuova, per risollevare l’Italia. Vasco è convinto che si può e si deve. “I miei giovinastri devono mettersi in testa l’idea di cambiare questo Paese”.

Vasco è una voce ascoltata tra i giovani. Soprannominato Blasco, è titolare di una carriera e di una notorietà universale strepitose. Ha composto 26 album, 30 milioni di copie vendute. Ad ascoltarlo in questa circostanza sembra di essere tornati agli anni Ottanta. Quelli di “una vita spericolata”. Perché spericolata è stata anche quella fase della sua esistenza. Donne, tour sfrenati, alcol, droga. Da qui l’altro suo soprannome, il Komandante. Adesso no, è cambiato. Due figli, Davide e Lorenzo, che hanno avuto mamme diverse. Davide fa il disc jockey. Luca, il terzo figlio, del ’91, è nato dalla lunga relazione con Laura Schmidt. La compagna della vita, sposata il 7 luglio scorso. Una bella sorpresa per tutti, non per lei, evidentemente. Una cerimonia molto particolare, a Zocca. Anni fa il loro amore ebbe spazio in tv nella serie “La storia siamo noi”, firmata Gianni Minoli. Lui e lei nella puntata “Solo Vasco”. Lui inedito e intimo. Risolti i problemi di salute, le sofferenze scaraventate dietro le spalle, Vasco sembra aver acquisito una nuova carica aggressiva. Riecco la sua voce: “In Italia la giustizia non c’è, comunque non funziona. Il novanta per cento dei reati non sono perseguiti. La macchina dello Stato è solo burocrazia”. In soldoni, il mitico Vasco ritiene che il 50/60% del personale statale sia stato assunto attraverso sistemi clientelari del passato. “Gente che costa e nessuno controlla. Le tasse, poi. L’80% non le paga. Intanto, dovrebbero essere più semplici. I calcoli attuali incoraggiano  l’evasione”. Tosto, Vasco. Duro, durissimo. Più di Beppe Grillo, molto di più. “La galera, ci vuole la galera per chi non paga le tasse”. A questo punto, il radicale ammiratore di Marco Panella, oltre 25 anni da iscritto al partito, mostra tutta la sua disperazione in maniera spettacolare. Si accorcia all’indietro e dice .“Adesso smetto, mi sta venendo il mal di testa”. L’idea della rivoluzione comunque è partita. Destinatari tre milioni di fan e tra questi quattrocento giovani animati da buona volontà. Forti di cuore, con quell’idea in testa. Cambiare l’Italia, “questo Paese che sta andando a rotoli”.

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