Usa, Una strana democrazia – di Carlo Di Stanislao

La Casa Bianca ha rifiutato di fornire dettagli sull’operazione che ha portato all’uccisione, ieri, dell’imam radicale americano-yemenita Anwar al-Awlaqi, leader di al Qaida in Yemen, ma le fonti dell’amministrazione hanno detto al Washington Post che la Cia non avrebbe ucciso un cittadino americano senza un’autorizzazione scritta del dipartimento alla Giustizia. E’ evidente, come nel caso dell’uccisione di Bin Laden, che l’America si sente sempre e comunque legittimata ad uccidere, secondo un’idea che sia lei la sola a possedere i veri valori dell’autentica democrazia, da imporre, se occorra e indipendentemente dalla guida (in questa Obama non è diverso da Bush), anche con la forza.

Fonti molto vicine alla Cia hanno detto che è un memorandum segreto che ha dato il via libera all’operazione e che questo è stato redatto dopo che i consiglieri giuridici della Casa Bianca hanno esaminato le implicazioni legali relative all’eliminazione mirata di un cittadino americano. Da parte dei giuristi non c’è stato alcun parere contrario riguardo alla legittimità dell’operazione stessa. Nel raid aereo sono rimaste uccise altre sei persone che si trovavano con al Awlaqi, tra cui un altro cittadino americano, di nome Samir Khan, che collaborava alla pubblicazione di Inspire, magazine in lingua inglese del gruppo terroristico Al Qaida nella Penisola Arabica.

“L’America non potrà vincere la guerra contro il terrorismo – scrivevano nel 2002 Richard Asmus e Kenneth Pollack, già consigliere dell’amministrazione Clinton – se non attribuendo un ruolo centrale ai valori e ai principi del mondo occidentale”. Ciò giustifica l’idea che quelle attuali, in Afganistan e, per molti versi, ancora in Iraq,  siano delle “guerre democratiche” contro le idee totalitarie che i “terroristi” vogliono sparpagliare per il mondo.

Michael Tomasky, editorialista del New York Magazine, sostiene che questo non significa rincorrere la destra sul suo stesso terreno, ma “adattarsi al mondo così com’è”. La parentela evidente, anche se sdegnosamente rifiutata, degli argomenti per metà realistici e per l’altra metà idealistici dei neoliberali (fra cui Clinton prima e Obama ora) con quelli dei neoconservatori, la si può leggere nel manifesto “Per cosa combattiamo” dell’Istituto per i Valori Americani, sottoscritto nel 2002 da sessanta intellettuali, tra cui Samuel Huntigton, Francis Fukuyama e Michael Walzer. Qui i “valori americani” non appartengono solo agli Stati uniti, ma rappresentano l’eredità condivisa dell’umanità e quindi la speranza per una comunità mondiale basata sulla convivenza pacifica. Una legge naturale rivendicata anche da sinistra, ha commentato maliziosamente il neoconservatore Robert Kagan, quando si è trattato di bombardare la Jugoslavia, il Sudan o l’Iraq durante l’amministrazione Clinton. Il dibattito sulla guerra per la democrazia non tocca quindi soltanto la destra, ma scuote profondamente la sinistra americana, sino al punto che i neoliberali arrivano ad usarne gli stessi argomenti interventisti.

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