Usa 2012, una battaglia tra ricchi e poveri – di Ennio Caretto

Washington – Secondo il premio Nobel dell’economia Paul Krugman, un “liberal”, le elezioni presidenziali di novembre saranno una battaglia tra ricchi e poveri. Krugman afferma che se il candidato repubblicano Mitt Romney vincerà, la situazione dei poveri peggiorerà: Romney, sostiene, è un esponente di Wall Street, e farà il gioco dei ricchi. Se vincerà invece Obama, peggiorerà la situazione dei ricchi: il presidente è un democratico e farà l’interesse dei poveri. Krugman non ha torto: Romney ha proposto ulteriori tagli delle tasse per i ricchi, e Obama ha cercato di aiutare i poveri varando la discussa riforma sanitaria, prolungando a un anno i sussidi di disoccupazione e incentivando l’economia. Mentre l’esito delle elezioni è incerto, è perciò chiaro dove andrà l’America a seconda di chi vincerà. Non che il presidente sia contrario agli sgravi fiscali.  Obama ha chiesto al Congresso di estendere per un anno i tagli alle tasse dell’ex presidente Bush, che spireranno a dicembre, ma solo per i redditi inferiori a 250 mila dollari annui. I redditi superiori, ha precisato, dovranno essere di nuovo tassati con l’aliquota massima, come furono negli anni novanta. Obama ha lanciato la sua sfida alla Camera, controllata dai repubblicani, da una sala della Casa bianca, con un pubblico del ceto medio alle sue spalle. La sfida è rivolta anche a Romney che, oltre che ai ricchi, intende estendere i tagli fiscali di Bush alle società, in permanenza non solo per un anno. Secondo il presidente, la prosperità dell’America dipende da una economia basata sul ceto medio. Secondo Romney, la selezione dei tagli da parte di Obama è in realtà un aumento delle tasse sulle società e sui ricchi.

Nel 2010, Obama  aveva esteso di due anni tutti gli sgravi fiscali di Bush per aiutare l’economia a riprendersi dalla crisi del 2008. La sua attuale presa di posizione ha una valenza soprattutto elettorale. Il presidente, che patisce della permanenza della disoccupazione all’8,2 per cento, e che da due mesi raccoglie meno finanziamenti di Romney, gioca la carta della giustizia sociale contro il suo avversario. Il destino dei tagli fiscali di Bush dipenderà pertanto dalle elezioni. se le vincerà Obama, difficilmente i repubblicani avranno il coraggio di fermarlo. Ma se le vincerà Romney, che gli subentrerebbe a gennaio, Obama perderà la partita. Romney confida di essere eletto presidente, e sta corteggiando anche le minoranze, inclusa quella africana, lo zoccolo duro di Obama. Ma quando si è recato a Houston per convincere i neri a votare per lui non ha ricevuto l’accoglienza che sperava. Il candidato repubblicano alla presidenza, inizialmente salutato con cortesia dal pubblico, è stato fischiato quando ha attaccato il presidente e ha dichiarato che se eletto ne annullerà la riforma sanitaria.

Romney ha reagito alla contestazione affermando che sotto la sua guida l’economia si riprenderebbe e la condizione degli afro americani migliorerebbe, ricordando che la disoccupazione tra di essi è molto più alta della media nazionale, il 14,4 per cento contro l’8,2 per cento. “Se volete un buon presidente, guardate a me” ha detto. Ma il suo discorso non ha smosso gli elettori che nel 2008 votarono al 95 per Obama.

Parlando a lungo a Houston nel Texas alla Associazione nazionale per l’avanzamento della gente di colore, Romney ha soltanto dimostrato di essere aperto al dialogo con le minoranze, non anche di accoglierne le istanze. Si è impegnato a fare dell’istruzione l’equivalente dei diritti civili degli Anni sessanta, e a collaborare con i leader afro americani per creare posti di lavoro. Ha inoltre ricordato l’operato del padre George a loro favore come ministro dell’edilizia pubblica. Ma non ha avanzato alcun programma concreto, né ha promesso di regolamentare la finanza e di ridurne i privilegi. In ultima analisi, il suo intervento ha messo a nudo il  divario culturale che esiste tra il mondo degli affari americano, di cui egli è il simbolo, e un elettorato che da quel mondo è molto lontano.

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