Usa 2012, Romney resta il favorito e c’è sempre l’incognita Santorum – di Ennio Caretto

Washington – La settimana prossima, dopo il super martedì, il giorno in cui si terranno dieci primarie  repubblicane, si saprà chi sfiderà Obama alle urne a novembre. Il candidato moderato Mitt Romney, vincitore dei caucus in Arizona e in Michigan nei giorni scorsi, resta il favorito. Ma il suo grande rivale Rick Santorum, un italo americano cattolico integralista, potrebbe rimanere in corsa. Non sarebbe un danno per la democrazia Usa: più le primarie repubblicane si protrarranno, più l’elettorato sarà in grado di valutare la politica dei repubblicani. Politica discutibile nel caso di Mitt Romney, anche se anni or sono dette buona prova di sé come governatore del Massachusetts, perché intesa a tutelare i grandi interessi finanziari, di cui è un esponente. Politica pericolosa nel caso di Rick Santorum, che da senatore non solo favorì il capitale come Romney, ma cercò di abolire la separazione tra lo stato e la chiesa, e di promuovere il riarmo e l’uso della forza da parte dell’America sulla scena internazionale.

In altre parole, a mano a mano che repubblicani esporranno i loro obbiettivi, gli americani si convinceranno che rieleggere Obama sarà il male minore. Il motivo è ovvio: in America l’economia si sta riprendendo, ma perché la ripresa sia sostenibile occorrono molte riforme. A differenza dei repubblicani, Obama ha fatto della trasparenza nel mondo degli affari, della piena occupazione, e della difesa dei ceti medio e basso il proprio manifesto elettorale. E questo comporta regolamentare la finanza, rendere meno iniquo il fisco, ridistribuire sia pure modestamente la ricchezza, proteggere il welfare e via di seguito. Il presidente è vulnerabile, se la economia si bloccasse nuovamente potrebbe essere sconfitto. Ma se lo scenario non cambierà otterrà un secondo mandato. Quello che potrà fare dipenderà in gran parte dal Congresso. Se i democratici riconquisteranno la Camera, l’America si rinnoverà, cosa che gioverà anche all’Europa, la quale, secondo i repubblicani, è più un’avversaria (la accusano di essere socialista) che un’alleata. E molti dei rinnovamenti toccheranno Wall Street e il potere finanziario. Per chi non lo sapesse, Wall Street, Via del Muro in italiano, si chiama così perché le prime trattazioni di borsa a New York, tre secoli or sono, si svolsero all’aperto, appunto sotto il muro che diede il nome alla strada. Ma oggi Wall Street indica, oltre al Palazzo della borsa, la finanza americana nel suo complesso. Una finanza che, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, è ostile all’Ue e all’euro perché vede in essi il più grave ostacolo esistente al libero mercato, ossia al suo arbitrio, e a quello che negli Anni sessanta Giscard d’Estaing definì l’esorbitante privilegio del dollaro come moneta di riserva unica. Per il bene dell’Europa, del resto del mondo e della stessa America, il suo Muro dovrebbe essere non diciamo abbattuto come il Muro di Berlino, ma presidiato, ossia rigidamente regolamentato da Washington. Se l’America non lo farà, le speculazioni a danno dell’Ue e dell’euro s’intensificheranno.

A Wall Street c’è chi prevede (auspica?) la fine della moneta unica europea entro il prossimo agosto. Una previsione o un auspicio suicidi, perché essa avrebbe ripercussioni catastrofiche sulla economia globale. Non è il caso di parlare, come la Francia, di una congiura. Ma non si può neppure tacere che la finanza americana, vanamente contrastata da Obama, sta conducendo una guerra malcelata contro l’Ue e l’euro. Ne testimoniano le sue agenzie di ratings, autonominatesi tribunali sulla solvibilità degli stati europei, che hanno nuovamente condannato l’Italia e le sue compagne fingendo di ignorare che esse sono passate da un circolo perverso a un circolo virtuoso, esattamente come nel 2007 e 2008 finsero di ignorare che i subprime erano in procinto di crollare. Queste società private, pagate dalle banche e dagli altri istituti di Wall street, sono corresponsabili dell’attuale crisi. Lo denuncia persino Mervyng King, il governatore della Banca d’Inghilterra, sebbene la City londinese sia una loro alleata. Ma come le banche americane, esse rimangono impunite e incontrollate, anzi prosperano. Fortunatamente, il mercato incomincia a dubitare delle  condanne delle agenzie di ratings.

Dal 2008, l’America e l’Europa si sono ripetutamente scontrate sulla regolamentazione del mercato. Ma altrettanto importante è lo scontro che si è aperto sul dollaro e sull’euro. Da varie ricerche, “l’esorbitante privilegio” del dollaro come moneta di riserva unica, re della liquidità globale, degli investimenti e dei commerci internazionali, è di attirare i capitali stranieri, contenere il deficit dei conti correnti, proteggere il debito sovrano, fruttare un consistente aumento annuo del Pil americano e via di seguito. Esistono potenze con debiti sovrani simili (l’Inghilterra) o maggiori (il Giappone) di quelli dei paesi dell’area dell’euro. Ma la finanza americana le risparmia. Senza dubbio, uno dei motivi è che né la sterlina né lo yen minacciano la supremazia del dollaro. Può minacciarla l’euro perché il mercato e il prodotto interno lordo della Grande Europa superano quelli americani. Se la Banca centrale europea assumesse un giorno i poteri della Riserva federale americana, e nel corso del tempo li assumerà, il dollaro non sarebbe più la moneta di riserva unica. L’Europa non può fare affidamento su Mitt Romney, tanto meno su Rick Santorum, affinché cessino le guerre delle monete e dei mercati. Ma può farlo su Barack Obama. Ovviamente, bisogna che l’Ue abbandoni la “economia da zombie” generata dall’austerity, come dicono a Wall Street, bisogna che investa e che produca. Un impegno caldeggiato dal Fondo monetario, in cui la finanza americana e i parlamenti e i governi di Washington e di Londra, al contrario di quelli di Tokyo e di Pechino (che obbiettano al protrarsi dell’esorbitante privilegio del dollaro) non vogliono però sostenere, almeno al momento. E’ probabile che Obama, se vincerà le elezioni di novembre, contribuisca al rilancio economico europeo: non può essergli sfuggito che i mesi scorsi le esportazioni americane in Europa sono quasi crollate a causa della crisi.

Il Financial Times è la Bibbia liberista. Ma ha scritto che la finanza globalizzata, guidata da quella americana, deve rispondere in fretta a un interrogativo di fondo: sino a che punto genera benessere sociale ed è indispensabile alla crescita dell’economia? Poiché, ha aggiunto, essa non ammetterà mai di essere in parte pericolosa e controproducente, gli stati sovrani dovranno sorvegliarla e contenerla, in modo che torni a fare ciò per cui nacque, finanziare le attività produttive, e smetta di speculare. Tra i suggerimenti del Financial Times, il più sarcastico è il declassamento delle agenzie di ratings al livello di “junk”, spazzatura, che si meritano, e il più fattivo è che l’America e l’Europa riprendano subito a collaborare. La pacifica coesistenza tra il dollaro e l’euro e la loro futura condivisione del ruolo di moneta di riserva, forse anche con lo yuan cinese, sarebbe nell’interesse generale.

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